L’orto subacqueo: coltivazione biologica sottomarina

Noli Ligure – Dopo il trend degli orti urbano, ecco quella che potrebbe diventare una nuova tendenza: far crescere le lattughine sotto la coltre marina. Non sono infatti alghe quelle che si coltivano nel primo orto subacqueo al mondo, detto “di Nemo”, ma foglioline di basilico e lattuga, che dopo essere state testate, hanno dimostrato una qualità organolettica pari o addirittura superiore alle piante provenienti da coltivazioni tradizionali. Nuova frontiera in campo agricolo-sottomarino per Noli e per la Liguria, che guadagna così il primato a livello mondiale in questo tipo di coltura, ancora sperimentale.

In copertina: Una delle capsule in vinile che formano l’orto di Nemo immerso nel mare di Noli Ligure. 

INSALATA UNDERGROUND: L'ORTO SOTTERRANEO DI LONDRA

Le coltivazioni dell’orto sottomarino di Nemo sono organizzate all’interno di biosfere subacquee in materiale vinilico semitrasparente, così da permettere la filtrazione dei raggi solari, e ancorate sul fondale a cento metri dalla costa, a una profondità compresa tra sei e otto metri.

L’ingegnere ed esperto subacqueo Sergio Gamberini ideatore dell’orto in fondo al mare, sostiene che all’interno delle biosfere è presente una climatizzazione e un’umidità stabile, favorevole a questo tipo di colture, e inoltre che le sfere sono caratterizzate da una temperatura anch’essa stabile di circa 25°C, peraltro non influenzata dall’escursione termica tipica tra giorno e notte. In aggiunta il ciclo clorofilliano, innescato dai raggi solari che raggiungono le biosfere attraverso lo strato di acqua, mantiene livelli accettabili di ossigeno e di anidride carbonica.

Particolare non irrilevante delle coltivazioni nelle biosfere subacquee riguarda il fatto che le piante siano inattaccabili da insetti e parassiti garantendo così una coltivazione naturalmente biologica poiché non si rende necessario l’uso di alcun tipo di antiparassitario chimico.

IL SUCCESSO DEL PROGETTO ORTO DI NEMO

Durante la prima esperienza fatta nell’estate del 2013, il basilico era germogliato dopo una trentina di giorni dalla semina, e le piante si erano sviluppate in tempi brevi, fruttando 300 grammi di raccolto in totale.

Solo dopo un mese di sperimentazione una biosfera era inoltre stata acquistata da una grande società saudita, che era interessata al progetto per la coltivazione di lattuga. In Arabia Saudita ci sono lagune poco profonde, dove la luce riesce a filtrare in maniera ottimale, e l’assenza di moto ondoso rappresenta un altro vantaggio. Si pensa, infatti, che questo tipo di coltura sia ottimale per i paesi che dispongano di scarse risorse di acqua dolce, ma che si sviluppino lungo la costa, oppure presentino nel loro territorio lagune anche non troppo profonde. Questo perché normalmente, per svolgere attività agricole in questi paesi, si deve desalinizzare l’acqua marina, operazione che presenta un certo costo e dispendio energetico, mentre nelle biosfere viniliche l’acqua marina evapora e, diventando condensa, si trasforma in acqua dolce.

Il basilico cresce nella sfera vinilica. Il basilico cresce nella sfera vinilica.

Un sub controlla il primo raccolto di basilico. Un sub controlla il primo raccolto di basilico.

Nell’estate del 2014 si è ripetuto l’esperimento sulle coste nolesi piantando, oltre al basilico, anche tre diverse specie d’insalata, utilizzando una struttura più grande, dotata di una capacità di 2000 litri (le prime avevano una capacità di 800 litri ciascuna) e che permette a tre persone di operare contemporaneamente. Lo studio delle colture idroponiche subacquee rappresenta la frontiera economicamente sostenibile dell’esperimento, poiché il trasporto di terra sott’acqua è dispendioso, mentre la desalinizzazione naturale dell’acqua sembra una via più facilmente percorribile anche dal punto di vista economico.

Infine, per quanto riguarda il futuro, questo tipo di sperimentazione potrebbero portare cambiamenti favorevoli nei paesi costieri in cui l’agricoltura non è largamente praticabile per via della scarsità d’acqua (come per esempio l’Africa Subsahariana costiera), sarebbe inoltre importante verificare quali altre piante si possano piantare e soprattutto quale sia l’impatto sulla flora e sulla fauna marina, qualora questo tipo di colture venissero effettuate su larga scala.

Virginia Patrone

Virginia Patrone Urbanista

Femminista, ecologista, vegetariana: è urbanista e autrice freelance. Vive a Istanbul, dove durante la giornata scrive di architettura e di bizzarri esperimenti culinari sul suo blog Veganbul, di notte s’immerge nei mondi dei suoi autori preferiti, escogita nuovi progetti artistici cullandosi in calde atmosfere jazz.

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