Premio Domus Restauro: vince il connubio tra spazio archeologico e urbano

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L’architetto spagnolo Sergio Sebastian Franco realizza un progetto che risolve con originalità ed esemplare maestria l’attuale questione, tanto dibattuta, del dialogo tra testo antico e inserimento del nuovo: tanto che il progetto urbano dello spazio archeologico di Daroca è stato insignito della Medaglia d’oro del prestigioso Premio internazionale Domus restauro e conservazione, edizione 2014 (ex–aequo con ilrestauro del mulino di Baresi).

Il restauro del Castello di Astley si è aggiudicato il Riba Stirling Prize 2013

All’indomani del ritrovamento degli antichi resti dell’insediamento di origini romane, l’amministrazione della città di Daroca (Saragozza) ha indetto un concorso di idee allo scopo di risolvere l’annosa problematica che si poneva circa l’interazione tra resti archeologici e tessuto storico della città. Era necessario che si stabilisse una relazione tra le esigenze di fruibilità degli spazi pubblici del centro antico e le necessità di musealizzazione dei ritrovamenti archeologici.

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Il progetto vincitore del premio Domus Restauro si inserisce nel tessuto storico della città con sensibilità e discrezione, creando un rapporto equilibrato tra contemporaneità e preesistenza, e le funzioni che ne scaturiscono: una grande piazza pavimentata è allo stesso tempo copertura degli scavi archeologici sottostanti.

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Il disegno della pavimentazione è animato da segni che ne scandiscono la superficie (pseudo–parapetti in corten e griglie per lo scolo delle acque): lo spazio aperto che ne deriva è la punta dell’iceberg di un sistema di percorsi che circondano l’edificio e permettono al visitatore–osservatore di affacciarsi per godere della vista del sito archeologico e sentirsene partecipe. E intanto i materiali del progetto contemporaneo, legno, corten, vetro e cemento, costituiscono i fronti urbani del progetto del nuovo che dialogano con i percorsi del centro storico a costituire un palinsesto organico.

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La nuova struttura si compone di più livelli, ciascuno destinato ad accogliere specifiche funzioni: a partire dalla piazza pubblica pedonale della “copertura”, passando per il livello intermedio che ospita una sala conferenze, una sala riunioni e un piccolo museo, per finire con lo spazio ipogeo degli scavi.

Non si tratta di un’operazione di mera musealizzazione dei ritrovamenti romani
, ma piuttosto della scelta concettuale di assumere lo spazio archeologico come cuore del progetto, da cui si dipanano le scelte formali e spaziali del nuovo, tutte finalizzate alla fruizione attiva da parte del visitatore.

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L’organicità del progetto, sia dell’organizzazione di spazi e funzioni, sia nell’orchestrazione di forme e materiali, fa pensare ad un non–progetto (se per progetto si intende l’espressione individualistica dell’architetto–star): ormai, e finalmente direi, dai nostri cieli non piombano più astronavi metalliche a distruggere i tessuti consolidati delle città, ma ci auguriamo che anno dopo anno, layer dopo layer, i nostri cieli possano vedere le città assumere l’espressione formalmente misurata del pacato e silenzioso, inesorabile trascorrere del tempo.
© Gabriel López


Barbara Brunetti

Barbara Brunetti Architetto

Architetto e dottoranda in Restauro, viaggia tra la Puglia e la Romagna in bilico tra due passioni: la ricerca accademica e la libera professione. Nel tempo libero si dedica alla lettura, alla grafica 3d, e agli affetti più cari. Il suo sogno nel cassetto è costruire per sé una piccola casa green in cui vivere circondata dalla natura.

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