Chiedete Smart City. Diffidate dalle imitazioni

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Si fa un gran parlare di Smart City ultimamente, ed è un bene. Ma di cosa parliamo esattamente? Consapevoli che una definizione ufficiale e universalmente condivisa non c’è ancora, un passo in avanti si può provare a farlo dicendo innanzitutto cosa non è. Una Smart City non è un semplice espediente di maquillage pubblicitario il cui scopo sia quello di distrarre attraverso la cosmesi dell’ipertecnologia le aberrazioni di operazioni immobiliari mascherate da progetti innovativi.No, la Smart City è qualcosa che va ben oltre la semplice sommatoria delle innovazioni tecnologiche glamour che la compongono e dei palazzi fashion. Non è infatti installando pannelli olografici touch–screen che una città diventa “smart”, se per esempio viene ignorata la qualità della vita e dell’aria di una delle città meno vivibili e più cementificate d’Europa.

Smart City è un processo in divenire, un insieme non per forza di sforzi urbanistici faraonici, ma piuttosto di tappe, anche piccole, per interconnettere la città e i suoi servizi con i cittadini, primi ed unici giudici di quanto una città sia effettivamente intelligente. Mobilità, informazione, risparmio energetico, attività culturali, partecipazione, sicurezza, opportunità economiche, rifiuti, salute: dimenticarsi che simul stabunt, simul cadent è un grave errore, che però fa tanto marketing (la ‘ggente non vuole sentire parlare di cose noiose, meglio vendergli una app!). Una città a misura d’uomo (lo so, è un termine abusato), progettata per il massimo del comfort grazie all’uso diffuso e pervasivo di tecnologie evolute (non solo ICT), è in grado di affrontare in modo innovativo una serie di problematiche e di bisogni. Pertanto, può e deve coniugarsi anche con il tentativo di lasciarsi alle spalle quella “globalizzazione dell’architettura” per la quale da San Paolo del Brasile a Dubai, da Shanghai a Milano si progetta con gli stessi vuoti formalismi senza tener conto delle singole realtà, dei singoli problemi, del tessuto sociale, della storia e della cultura: insomma, tutte quelle cose che fanno di una città, quella città, e non un’altra.

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Questo ed altri temi sono stati affrontati durante l’evento dedicato al tema della sostenibilità e delle smart city “Giardinner Goes Green”, tenutosi il 3 luglio in quel di Modena. L’evento “green”, alla sua seconda edizione, organizzato da libere associazioni di ragazzi attivi sul territorio ha avuto tra gli ospiti il sottoscritto (in qualità di redattore di Architettura Ecosostenibile) e l’arch. Luca Mora, (phD del PoliMi esperto di Smart City). Quello che nel cuore di un’Emilia colpita dal terremoto non si poteva non discutere in una serata simile era il futuro delle città da ricostruire, e il tema della smart city ha offerto numerosi spunti.

Perché, ad esempio, aspettare che a farsi smart e a tracciare la rotta siano solo le grandi città? Non possiamo permetterci di aspettare quegli enormi pachidermi affetti dal fenomeno dello sprawl, mossi spesso da meccanismi immensi nella loro spesso autoreferenziale ricerca del colpo di scena. I nostri meravigliosi borghie paesi già brillano per moltissime eccellenze uniche al mondo, non sarebbe logico pensare di adottare a partire da queste piccole realtà locali i primi esperimenti di smart living? Anche se in Italia c’è chi si sta già muovendo, dobbiamo essere però consapevoli del fatto che da noi c’è un enorme problema che schiaccia ogni iniziativa a prescindere: il demenziale vincolo suicida del patto di stabilità che impedisce ai comuni di spendere in nome di dogmi che non trovano alcuna giustificazione economica (come denuncia giustamente Graziano del Rio, presidente dell’ANCI, nonché sindaco di Reggio Emilia, nonché neoministro, e che ci auguriamo quindi si faccia portavoce di tale istanza).

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Ma se è vero che per molte cose servono ingenti risorse, ce ne sono comunque altre che ne richiedono davvero poche. La città davvero “smart” è infatti un gioco intelligente di contraddizioni apparenti: è la città che sa muoversi, ma allo stesso tempo è la città che sa non muoversi, perché ha capito che per molte cose non ce n’è alcun bisogno. Quante volte avete perso giornate intere a rimbalzare da un ufficio all’altro? Vi sembra che una città che funziona in questo modo sia intelligente? Ovviamente no, dal momento che abbiamo ormai la certezza che “oltre la metà delle pratiche amministrative correlate a questi momenti chiave della vita potrebbe essere sbrigata online” (come afferma il rigoroso studio della Commissione Europea).

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Oggi infatti il grande sviluppo dei soli social network ha permesso alla “piazza medioevale” di rinascere in forma digitale e portare alla formazione di nuove comunità di persone, aggregando in un click intelligenze da ogni parte del pianeta in un unico luogo (virtuale, ma concreto) di scambio e condivisione. Le città si stanno mettendo anche loro in questa nuova piazza e il vasto novero di associazioni, siti internet e gruppi Facebook sorti per discutere di problemi legati al proprio territorio sono solo uno dei tanti ottimi esempi di iniziative smart spontanee e dal basso: il vero traguardo cui ambire dev’essere una seria e totale integrazione di tali strumenti partecipativi nella macchina amministrativa, con forme nuove e dirette di dialogo fra i soggetti che compongono il tessuto sociale e politico della città che vuole essere smart. Ma se anche è vero la tecnologia ci porterà lontano, sburocratizzandoci e semplificandoci la vita come è auspicabile che sia, sappiamo però che devono cambiare alcuni paradigmi affinché se ne possano sfruttare appieno le opportunità. Una tecnologia non è mai intelligente, lo diventa solo in base all’uso che se ne fa. E questo dipende dalle persone. Altrove i social network hanno mobilitato migliaia di persone per le strade, da noi finora gli animi si sono scaldati solo quando c’è stato un qualche gol in fuorigioco. De gustibus.

Alberto Grieco

Alberto Grieco Architetto

Frequentando una signora chiamata Storia, ha scoperto che l’architettura bio-eco-ecc. non ha inventato Nulla©, ed è per questo che perde ancora tempo sui libri. Architetto per vocazione; tira con l’arco, gira per boschi, suona e disegna per vivere. Lavora nel tempo libero per sopravvivere.

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