Il Bosco della Speranza in uno slum di Bogotà

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Il valore dell’architettura è ciò che produce: questa la filosofia che anima il lavoro di Giancarlo Mazzanti, architetto colombiano che opera tra la Colombia e il Venezuela. Un architetto che ha fatto della componente sociale della professione uno dei suoi punti fermi. Forse per questo progetta e realizza “Il Bosco della Speranza” alla periferia di Bogotà, nel cuore di uno slum caratterizzato da forti carenze urbanistiche, architettoniche e di servizi, che hanno inevitabilmente generato nel corso del tempo problemi legati alla sicurezza e all’interazione sociale. L’intervento viene battezzato “El Bosque de la Esperanza”: speranza di cambiamento, speranza di partecipazione, voglia di credere che il suo lavoro possa portare qualcosa di buono alla sua gente. Un idealista, forse, ma un professionista che ha più volte ribadito di voler seguire l’insegnamento presente nelle parole di Cedric Price: “L’ultimo fine dell’architettura è costruire benessere sociale”.

Come riqualificare lo spazio pubblico in una favela di San Paolo

L’area di intervento del Bosco della Speranza è caratterizzata da una popolazione eterogenea, composta principalmente da rifugiati provenienti da aree sfollate a causa di conflitti o pulizie etniche: un insieme di persone che, grazie ad un intervento su uno spazio pubblico, riescono a identificarsi come comunità attorno ad un nuovo luogo urbano.

Il progetto è molto semplice e si concentra nella copertura di un campo sportivo situato accanto ad un edificio scolastico realizzato in precedenza da una ONG. L’intervento è quindi focalizzato sulla rigenerazone di uno spazio aperto dello slum di Bogotà, in precedenza non utilizzato perché occupato da bande locali che, nel momento in cui viene identificato attraverso una scelta architettonica chiara – e cioè non con una semplice tettoia ma con un elemento dotato di linguaggio espressivo – diventa punto di riferimento, viene frequentato e ricomincia di conseguenza ad appartenere all’intera comunità.

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La struttura si compone di poliedri assemblati componibili a seconda delle esigenze; questo rende quindi ampliabile, grazie all’aggiunta di moduli, la superficie coperta che, ad oggi, è di 1750 mq circa.
I solidi – realizzati con lamiere in acciaio espanso che, grazie al loro grado di porosità, garantiscono ombreggiatura agli ambienti sottostanti – richiamano le chiome degli alberi e i tubolari in acciaio che li sorreggono evocano, anche grazie alla variazioni angolari con cui si attaccano al suolo, il legame con la natura ed il bosco.

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Si tratta di quella che Mazzanti definisce architettura dell’appropriazione, perché come risultato offre agli abitanti uno spazio che può essere trasformato da chi lo usa, che si presta ad utilizzi differenti – dall’attività sportiva, all’incontro di gruppi femminili che organizzano eventi sociali, ad attività di integrazione scolastica; non si tratta dell’architettura che offre un oggetto allo spettatore, ma che si modella in un nuovo operante che cerca relazione con il contesto attraverso un adattamento spaziale.

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Se il progetto del Bosco della Speranza è strumento di trasformazione della realtà fisica, in questo contesto particolarmente complesso la contraddizione diventa elemento di lavoro: e diventa allora interessante chiedersi come sia possibile generare nuovi rapporti spaziali, nuove funzioni, nuove relazioni sociali a partire dall’anomalia. Questa è la sfida: non il fare ma fare, liberandosi dalle ideologie, il progetto migliore per le persone che ne dovranno fruire, anche in contesti di estrema povertà.
Foto | Jorge Gamboa




Ester Dedè

Ester Dedè Architetto

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