Antiche porte recuperate per il resort immerso nella natura incontaminata

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Un resort a metà tra tradizione e lusso sfrenato coniugando bioedilizia, impiego di manodopera locale, materiali ecologici e il recupero di antiche porte in legno per il disegno decorativo delle facciate, il tutto in una natura incontaminata. Sembra impossibile eppure un luogo come questo esiste, su un’isola dell’arcipelago vietnamita di Con Dao. I progetti di resort di lusso ambientati in location suggestive rappresentanouna difficile sfida per gli architetti, obbligati a confrontarsi da una parte con le esigenze del consumismo di massa, il più delle volte incline ad assecondare le aspirazioni di appagamento sensoriale ed esperienziale del turista in cerca di relax ed indifferente a verificare se tale appagamento sia o meno in contrasto con le vocazioni proprie del locus; dall’altra, la difesa di emergenze e contesti naturali particolarmente sensibili, si accompagna ad una serie di restrizioni operative di cui l’architetto deve tener conto.

La risposta dello studio francese AW2

sembra essere riuscita nel difficile intento di accordare queste due istanze all’apparenza inconciliabili, riuscendo persino a dotare il resort di una identità tutta propria, pur essendo così fortemente connotato dalla presenza della natura. La risposta risiede in due parole chiave: sostenibilità ed ecologia, ed il fil rouge che le lega è una grande sensibilità in termini di impatto sul sito e sui suoi elementi naturali, raggiunta tenendo conto della scala degli interventi e delle textures degli elementi, da adattare di volta in volta al paesaggio circostante.

Nella più grande isola dell’arcipelago vietnamita di Con Dao, un resort occupa una lingua di terra sabbiosa circondata dal fiume e da montagne ricoperte di foreste di mangrovie. Il progetto si inserisce, dunque, in un contesto dall’alto valore ambientale e paesaggistico, in cui dominanti sono i colori dorati della sabbia, i giochi di trasparenza dell’acqua ed il fitto verde della vegetazione. Quale materiale se non il legno

con le sue mille sfumature di colori sarebbe in grado di tradurre in architettura una varietà cromatica così vasta? La caratteristica peculiare che rende le strutture di questo resort davvero uniche, consiste nel riuso di vecchie porte in legno come tamponamenti delle ossature a telaio delle strutture degli spazi comuni.

Il resort, della famosa catena Six senses, consiste di 14 ville e 35 suites, collegate tra loro e alle strutture pubbliche da ponti pedonali; inoltre gli spazi comuni (reception, bar, ristorante, area commerciale e spa) sono dotati di terrazze che si aprono sulla spiaggia e sul fiume. La composizione delle strutture si articola in modo da seguire l’andamento sinuoso ed irregolare delle dune di sabbia, assecondando la prerogativa che ogni camera debba godere della vista mozzafiato sul paesaggio circostante. Inoltre, la pronunciata sporgenza dei tetti, con le ampie aree ombreggiate che ne derivano, assieme alla ventilazione naturale

, sono gli unici espedienti con cui gli architetti hanno ottimizzato il consumo di energia, limitando alle sole camere da letto la possibilità di usufruire di aria condizionata.

La sostenibilità dell’intervento dello studio francese AW2, oltre che nell’impiego di manodopera locale in cantiere, consiste nella selezionata scelta dei materiali, bambù

per i frangisole, doghe in legno per i tamponamenti dei telai, e pietra locale per il rivestimento del basamento. Quest’ultimo solleva le strutture comuni dal suolo sia per facilitare la vista panoramica laddove ostacolata sia per ospitare i locali di servizio. La scelta dei materiali è da un lato in accordo con le peculiarità del contesto, materiali naturali e locali, dall’altro ha il merito di reinterpretare in chiave moderna tradizioni costruttive e tipiche del luogo: ci si riferisce ai rivestimenti in scandole, in lamiera o in legno, dei tetti dalla forma ad ala di farfalla tipica delle case vietnamite.

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Soprattutto le vecchie porte riutilizzate sono la testimonianza di un modus operandi sensibile al recupero degli elementi, in un ottica di reinserimento sul mercato e di rifunzionalizzazione di prodotti altrimenti destinati alle discariche. L’architettura degli interni impiega tessuti ed arredi locali, quali fibre naturali di lino

, cotone, iuta, e legni di specie autoctone utilizzati per i rivestimenti lignei delle pareti e per i pavimenti. Anche il tentativo di recuperare e valorizzare l’architettura vernacolare locale si può dire ben riuscito: quando i risultati di siffatte intenzionalità sono di estremo pregio estetico, quale è l’effetto mosaico della composizione ben calibrata tra forme e colori che la disposizione di queste antiche porte sortisce, non si può che dissentire da quella corrente di pensiero del cheap is kitsch che ancora resiste tra gli scettici.

Il complesso è certificato Green Globe, un programma di certificazione dell’industria del turismo il cui obiettivo è salvaguardare le risorse di energia e di acqua e contribuire allo sviluppo delle realtà locali. Inoltre il complesso è stato insignito nel 2011 del prestigioso premio Green Architecture dall’European Center for Architecture Art Design and Urban Studies.

Barbara Brunetti

Barbara Brunetti Architetto

Architetto e dottoranda in Restauro, viaggia tra la Puglia e la Romagna in bilico tra due passioni: la ricerca accademica e la libera professione. Nel tempo libero si dedica alla lettura, alla grafica 3d, e agli affetti più cari. Il suo sogno nel cassetto è costruire per sé una piccola casa green in cui vivere circondata dalla natura.

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