L'ospedale che interpreta gli archetipi dell'architettura

La costruzione del centro ospedaliero di Kortrijk, in Belgio, sarà ultimata nel 2017 dopo ben 12 anni di lavori ininterrotti: un’immensa area sorgerà su un terreno di 14 ha, conterà 100.500 mq di superficie costruita, per un totale di ben 1.050 posti letto. Richiamando alla memoria le forme del chiostro medievale e della pianta a corte tradizionale, la struttura dell'ospedale si rifà agli archetipi dell'architettura ed è suddivisa in 5 blocchi: quello centrale accorpa i principali reparti medici e amministrativi, mentre i restanti 4 si distribuiscono intorno a questo fulcro, secondo uno schema a girandola.

OSPEDALI: UNA NUOVA TIPOLOGIA OSPEDALIERA PROPOSTA DA RENZO PIANO

GLI ARCHETIPI DELL’ARCHITETTURA INTERPRETATI IN CHIAVE SOSTENIBILE

I progettisti Carlo Baumschlager e Dietmar Eberle fondano il loro studio di architettura attorno alla metà degli anni Ottanta. Da sempre attivi partecipanti al dibattito sulla sostenibilità, il loro contributo, anche nel progetto dell'ospedale di Kortrijk, si distingue per l’interpretazione in chiave sostenibile degli archetipi dell’architettura. “Se consideriamo che nei Paesi sviluppati il 50-60% del consumo energetico di un edificio viene impiegato nella fase di costruzione, è evidente che impegnarsi perché poi duri a lungo rappresenta il miglior contributo al problema ecologico”: questa osservazione reca l’ideale di durevolezza dell’architettura costruita, ideale che traduce l’approccio sostenibile dei due progettisti alla pratica dell’architettura.

Si tratta di un pensiero lontano da ideologie e poetiche, posizioni critiche o scientifiche, ma piuttosto fatto di precise scelte architettoniche: “la sostenibilità di un edificio obbedisce, secondo Baumschlager ed Eberle, a una gerarchizzazione dei differenti cicli di durata: l’inscrizione nel contesto urbano è il più lungo, 200 anni; il sistema strutturale, che deve durare un centinaio d’anni, deve essere indipendente sia dall’involucro, pensato per un lasso di tempo che va dai 50 ai 70 anni, sia dagli interni (dai 15 ai 20 anni)”. Gli ideali vitruviani della firmitas, venustas e utilitas sono reinterpretati in chiave sostenibile secondo l’immagine di un edificio che esprima durevolezza, bellezza e flessibilità. Fra questi, il parametro estetico è senz’altro quello che costituisce il cuore della progettazione poiché, dichiarano: “un’architettura bella, godendo di un vasto consenso pubblico, è meno esposta alla demolizione”. Ma in che modo il centro ospedaliero obbedisce ai tre principi fondanti dell’architettura vitruviana?

Intrecciandosi tra loro, essi raccontano l’edificio nella sua concezione formale e strutturale: l’infilade di pilastri costituisce l’involucro che avvolge la struttura interna, portante, rimanendo da questa indipendente (sistema strutturale indipendente dall’involucro). I pilastri, disposti obliquamente rispetto al piano di facciata e ad un interasse di 90 cm, sorreggono spesse architravi. Lo sfalsamento dei pilastri sui tre livelli rafforza la scansione orizzontale dell’edificio: il tutto crea un ritmo scandito, un disegno pulito che comunica fermezza. L’involucro così costituito racchiude uno spazio porticato che difende la privacy e incornicia visuali panoramiche. 

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Il telaio indipendente di acciaio e vetro costituisce il sistema strutturale dell’edificio. Il criterio di flessibilità conduce alla semplificazione nella distribuzione interna degli spazi: ogni volume, di spessore di circa 25 m, è suddiviso in tre navate longitudinali prive di strutture intermedie portanti: il percorso lungo quella centrale di 5,40 m è costellato di piccole corti in cui la luce zenitale inonda gli spazi interni, mentre le due laterali di 8,10 m sono illuminate dalle luce che penetra le vetrate della facciata: tutti gli ambienti che su questa si affacciano, camere, uffici, sale d’attesa, godono della luce naturale e diretta, i cui effetti benefici sulla salute sono ben noti. Anche la reception, che si configura come spazio a doppia altezza, irradia un’ariosa spaziosità.

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I soffitti in lastre di cemento post-compresso prive di travi portanti, sono posti ad un’altezza sufficiente per consentire grande libertà nella progettazione delle strutture mobili di distribuzione degli spazi. Carattere costante del complesso è il continuo richiamo agli spazi esterni: sia le visuali ottenute dalle facciate vetrate, sia il rapporto interiorità-esteriorità creato dai cortili, donano una qualità speciale al complesso ospedaliero, circondato e inquadrato dal verde.

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Siamo di fronte ad un’architettura nuda nelle forme e nelle proporzioni, essenziale per alcuni versi. Grazie alla semplicità della concezione della struttura ne risulta un edificio flessibile, in grado di sostenere futuri cambi di destinazione d’uso (hotel, edificio industriale o per uffici) senza snaturarsi, mantenendosi monumentale, astratto, a tratti ermetico. La stessa monumentalità, la gravità di una struttura “ciclopica”, è metafora del senso di protezione e di difesa che essa dovrebbe trasmettere agli ospiti nell’alleviare le sofferenze e le ansie quotidiane legate alla malattia.

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Barbara Brunetti

Barbara Brunetti Architetto

Architetto e dottoranda in Restauro, viaggia tra la Puglia e la Romagna in bilico tra due passioni: la ricerca accademica e la libera professione. Nel tempo libero si dedica alla lettura, alla grafica 3d, e agli affetti più cari. Il suo sogno nel cassetto è costruire per sé una piccola casa green in cui vivere circondata dalla natura.

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