Brin 69. A Napoli l’ex complesso industriale disinquina

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Brin 69 è l’intervento di riconversione del capannone della Ex Mecfond di Napoli Est, massimo esempio di riciclo urbano della periferia di Napoli ed espressione della volontà di quest’ultima di entrare a far parte della città. L’ex complesso industriale infatti si riconverte a nuovo edificio che disinquina su progetto dei Vulcanica Architettura, team composto da tre giovani architetti che hanno prestato massima attenzione nella realizzazionedi un intervento innovativo e sostenibile al tempo stesso, che tenesse in conto la forma derivante dalla tradizione industriale.

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L’EX FABBRICA DAI PRINCIPI ECOSOSTENIBILI

L’ex complesso industriale del progetto Brin 69 destinato al terziario è costituito da un corpo che si sviluppa longitudinalmente per ben 250 metri e per 40 metri di larghezza, per un totale di 110.000 mc, composto in gran parte in vetro con piccole percentuali di spazi ciechi a seconda di cosa i progettisti avessero scelto di mostrare, rispettosi degli elementi superstiti tipici dell’architettura industriale da cui deriva l’ex fabbrica.

I volumi trasparenti del complesso sono rivolti verso la città storica e il golfo di Napoli, mostrandone interamente lo skyline, a differenza di quelli pieni che celano volutamente parti di città che ospita complessi industriali dismessi.

Questo intervento, al di là delle scelte architettoniche, attesta la sensibilità mostrata dalla progettazione nei confronti dello sviluppo sostenibile, evidente nella piantumazione degli oltre 1000 metri quadrati di verde.

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Aldo Di Chio,uno dei progettisti del complesso, in proposito spiega la propria volontà di realizzare non solo un edificio che non inquina ma che disinquina grazie alla piantumazione, nel giardino a cielo aperto presente nel complesso, di piante a foglia larga che fossero in grado di assorbire le sostanze tossiche che derivano anche solo dal semplice impiego dei computer, come la Dracena Deremensis qui impiegata perchè in grado di eliminare circa 50 mg di benzene se piantumata per 1 metro quadrato di aiuola, la Bryophyllum pinnata per assorbire anidride carbonica, lo Scindapsus aureus per l’eliminazione dei vapori chimici e lo Spathiphyllum per combattere la trielina e le polveri sottili.

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La piantumazione arborea quindi non è un mero abbellimento, bensì è un tentativo di denuncia dei precedenti interventi che avevano cancellato le aree verdi le quali, questa volta entrano in gioco migliorando le condizioni di salubrità dell’aria di quest’area di Napoli.

Altrettanti accorgimenti sono stati adottati ricorrendo all’impiego di vasche d’acqua per la raccolta dell’acqua piovana, munite di dispositivi di sicurezza di troppo – pieno, necessarie a mitigare le condizioni climatiche interne fortemente condizionate dalla cospicua presenza di superfici vetrate e da aperture localizzate in maniera mirata, in modo da consentire l’innescamento dei meccanismi di ventilazione naturale, incrementati tra l’altro dalla notevole altezza della struttura che raggiunge al colmo più alto ben 22 metri in copertura, sormontata a sua volta da dispositivi per la captazione di energia solare.

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L’intento di progetto Brin 69 è chiaramente evidente e dimostrato, non riguarda solo l’allocare nuove funzioni in un complesso industriale dismesso, bensì consiste nel riconvertire un edificio a nuova vita, che non si limiti ad essere pura forma e funzione bensì esempio di attenzione e sensibilità nei confronti dell’ambiente, al quale contribuisce con un significativo effetto terapeutico.

Romina Muccio

Romina Muccio Architetto

Ha intrapreso la libera professione e non ne è ancora pentita. A Napoli si occupa di restauro di vecchi edifici ed è fondatrice di un’associazione di donne architetto. Nel tempo libero evade verso la natura incontaminata da plotter e pc e gestisce un piccolo zoo sfamando 2 cani, 2 gatte e una tartaruga.

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