Urban farming: dalla Cina un modello di sviluppo sostenibile

Il fenomeno dell'urban farming si sta sviluppando molto rapidamente in quelle aree del mondo dove più forte è l'impatto dell'azione dell'uomo, grandi metropoli ad alta densità e ad elevati tassi di inquinamento dove queste fattorie urbane, nate per motivi di natura economica e lavorativa, divengono una soluzione alla crisi dell'agricoltura secondo un nuovo modello di sviluppo sostenibile.

L'ABBANDONO DELLE CAMPAGNE

La Cina, come altri grandi paesi in via di sviluppo, assiste da anni ad un fenomeno la cui portata è potenzialmente devastante per la propria stabilità socio-ambientale: l’abbandono delle campagne. Tale scenario, dettato principalmente dall’avvento della globalizzazione, oltre che da ragioni di natura economica e lavorativa, è accompagnato da problematiche profonde e diversificate, da studiare, analizzare e combattere fin da subito, prima che sia troppo tardi.

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Lo spopolamento della campagna in favore della città comporta anzitutto la crescita indiscriminata di quest’ultime. Il termine “sprawl” ha ormai abbandonato i consessi urbanistici per fare capolino nel vocabolario della vita di tutti i giorni, palesando ai cittadini i problemi di uno sviluppo rapido e disordinato dei centri abitati. Con l’abbandono dei territori rurali è inevitabile la chiusura delle fattorie e la conseguente perdita di terreno coltivabile, lasciato all’incuria del tempo. In Cina, dove risiede il 22% della popolazione globale e solo il 10% del territorio è coltivabile a causa dei gravi problemi di inquinamento ambientale, la questione è particolarmente scottante. Da qui la crisi dell’agricoltura e l’insorgere della domanda: dove procurare il cibo necessario a sfamare più di un miliardo di persone?

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LE URBAN FARMING

Per fortuna la risposta a tale quesito esiste e da qualche anno qualcosa sta cominciando a muoversi. Non potendo combattere la crescita indiscriminata delle proprie città, l’esperienza ultrasecolare dei contadini cinesi ha suggerito la creazione di un nuovo modello di coltivazione, un modello non più antitetico all’ambiente antropizzato, bensì ad esso affine, strettamente correlato. Sono nate così le “urban farming”, fattorie urbane a tutte gli effetti dove frutta, verdura, ortaggi e animali da allevamento crescono a pochi passi da banche, negozi e appartamenti.

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I BENEFICI DI UN MODELLO DI SVILUPPO SOSTENIBILE

Recenti elaborazioni del WWF confermano la bontà di tale rete produttiva, supportata da dati che evidenziano come alcune realtà cinesi e non solo siano prossime al raggiungimento della propria autosostenibilità alimentare, un obiettivo fondamentale per garantire condizioni di vita decorose alla popolazione del pianeta negli anni a venire. Altri effetti positivi delle urban farming sono la filiera corta, coi prodotti generalmente venduti entro un raggio di 10 km dal luogo di produzione, ed il conseguente abbattimento dei costi di trasporto, l'apertura di spazi verdi entro i confini della città ed il susseguente miglioramento della qualità dell’aria, oltre alla creazione di nuovi posti di lavoro.

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IL CASO DI CHONGQING

Questo è quello che sta succedendo a Chongqing, metropoli di 8 milioni di abitanti della Cina centro-meridionale circondata da un’immenso agglomerato urbano tra i più grandi e popolosi del mondo. È qui che sono state scattate le foto allegate all’articolo, immagini che ritraggono le neo-nate urban farming del distretto di Jiangbei, un’area in continuo sviluppo nella quale intorno alle gru sono sorte verdi distese di terra coltivata, a testimonianza della maggiore presa di coscienza del problema da parte della comunità.

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OBIETTIVI FUTURI

Ciò detto, c’è ancora molto da fare e siamo lontani dall’aver trovato la soluzione ad un problema che per sua stessa natura muta col tempo richiedendo sempre nuove risposte. Quel che è certo è che la questione non riguarda solo la Cina o i grandi paesi in via di sviluppo ma, seppur con proporzioni diverse, anche l’Italia e l’Europa. Lo spreco del territorio e l’approvvigionamento delle risorse alimentari sono e saranno pesanti fardelli a cui urge trovare opportune contromisure, pianificando strategie concrete e facilmente attuabili che ci piacerebbe ascoltare già a partire da maggio con l’inaugurazione dell’Expo di Milano, incentrato proprio su queste tematiche.

Nel frattempo, se il tema vi interessa, mi permetto di consigliarvi “Cities for a small planet” (Città per un piccolo pianeta), un libro scritto quasi vent’anni fa da Lord Richard Rogers con una lucidà disarmante su un tema all’epoca ancora dai contorni vaghi e indefiniti. Buona lettura.

Marco Dalmonte

Marco Dalmonte Architetto

Di origini romagnole, vive e lavora a Milano, anche se ogni scusa è buona per trascorrere qualche giorno in giro per il mondo. Quando viaggia legge, quando legge viaggia, quando non fa nessuna di queste cose ama parlare di architettura agli aperitivi con gli amici.

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