Illusioni ottiche in architettura: la casa che sembra trasparente

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L’artista americano Phillip K. Smith IIIfirma l’interessante installazione architettonica nel deserto della California, la Entitled Lucid Stead. L’illusione ottica è di vedere attraverso una piccola capanna come se, parte di essa, fosse trasparente o come, viceversa, lo scenario circostante possa proseguire, imperterrito, sopra le sue facciate. La semplicità della forma architettonica della casa, l’uso di due materiali e l’illuminazione colorata notturna, sono spunti interessanti di un’architettura effimera e cangiante.L’installazione si allinea all’umore del deserto, rivelando e captando luci, ombre riflesse, inquadrature e cambiamenti in funzione del paesaggio. Di giorno, sembra un manufatto tanto integrato da confondersi con l’ambiente stesso, mentre di notte, si staglia come un’allucinazione psichedelica o aliena.

Illusioni ottiche: “l’edificio che non c’è” grazie ad una pelle trasparente

PANNELLI DI LEGNO E DI SPECCHI

La Entitled Lucid Stead ha la forma di una tipica baracca in legno: tetto a due falde, una finestra sul lato corto, due finestre simmetriche rispetto all’ingresso principale sul lato lungo. Il punto di partenza è una piccola costruzione di 70 anni, nel mezzo del deserto californiano, precisamente nel Joshua Trees.

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L’alterazione consta nella sostituzione di fasce di legno a barre di specchio e nell’inserimento d’infissi nelle aperture preesistenti. L’illusione ottica che rende la piccola casa trasparente è data, dunque, dall’alternanza di fasce orizzontali di legno con i lucenti specchi, che ovviamente riflettono l’ambiente circostante.

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Nei prospetti, invece, scompaiono tali porzioni rettangolari, presentando inalterate ombre e proiezioni del deserto. Così, riportano, nella parte superiore, le tenui sfumature del cielo e, nella parte inferiore, la sabbia e la vegetazione brulla, ricongiungendo il manufatto all’intero scenario arido e desolato.

L’intenzione, come in altre creazioni dell’artista, è di un’opera che muti a seconda delle ore e delle posizioni. Difatti, con il calar del sole, le aperture diventano luminescenti e colorate grazie al sistema a LED programmato attraverso un software. Blu, rosse e gialle appaiono le aperture rettangolari, spiega l’artista, ma se si abbassano gli occhi e si percorre qualche metro, senza nemmeno accorgersene, sono già mutate in arancio, viola e verde. E poi, durante la notte è proiettata sulle pareti interne una luce bianca che rivela la controventatura diagonale e l’alternanza chiaro/scuro, un pattern regolare interrotto solo dalle aperture luminescenti.

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Oltre le precise inquadrature orizzontali del polveroso deserto, sono interessanti le ombre dell’edificio sul morbido suolo e l’accostamento dei due materiali. Il primo rivestimento della casa è secco e grinzoso, organico e mutevole; il secondo, geometrico, preciso e lucente. Senza contare che, in questa semplice installazione, il deserto è elemento compositivo, scenario e, al contempo, protagonista.

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L’opera, concepita per un evento di soli due giorni nel mese di ottobre e per pochi spettatori e fotografi, ha in seguito richiamato l’attenzione e curiosità di tantissima gente, diventando un vero e proprio evento. Ognuno, proprio in accordo con le intenzioni originali, ha una percezione del tutto personale; può leggere la calma, la quiete, il ritmo del cambiamento, un miraggio o un oggetto alieno.

Elisa Stellacci

Elisa Stellacci Architetto

Di origine barese e studi ferraresi, si occupa di architettura e grafica a Berlino. Lavora in uno studio di paesaggio, adora le ombre, concertini indie-rock e illustrazioni per bimbi. Volubile e curiosa, si perde nei dettagli e divide non equamente il tempo tra lavoro, amici e passioni.

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