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Al Caffè dell’Architetto. Incontriamo Giulio Basili

Giuoio Basili per la rubrica AL caffè con l'Architetto

Architetto, Dottore di Ricerca in Progettazione Architettonica e Urbana, è Professore a contratto presso il Dipartimento di Architettura dell’Università di Firenze. Alcuni suoi progetti e ricerche sono pubblicati su libri e riviste. È stato invitato a workshop e convegni nazionali e internazionali. Con il suo studio si occupa del tema dell’abitare in contesti paesaggistici di notevole pregio e recentemente sta sviluppando alcuni progetti per importanti edifici pubblici.

In copertina:  Giulio risponde all'ultima domanda dell'intervista, “Se domani ti svegliassi e scoprissi che non ci sono più i computer?”

Lenny: Per me il caffè di oggi insieme a te ha un sapore speciale. Abbiamo condiviso l’intero percorso di studi, dal Liceo Classico di Grosseto alla Facoltà di Architettura di Firenze e ora ho il piacere di parlare insieme a te di architettura e delle tue esperienze professionali.

Ordiniamo il nostro caffè? Come lo prendi? Macchiato, americano, ristretto, …? 

Giulio: Espresso, semplice.

L. Ci racconti la tua giornata tipo?
G. A dire la verità non ho una giornata tipo.Durante la settimana solitamente due giorni vado a Firenze all’università, occupato tra lezioni e revisioni.Le restanti giornate mi divido tra lo studio ed il cantiere. Mi sveglio presto al mattino e cerco di essere velocemente a lavoro per organizzare le cose da fare che inevitabilmente si accumulano sempre tra scadenze da rispettare e impegni vari. Alla sera rientro a casa e ceno con tranquillità. 

L. Cosa fai nel tempo libero?
G. Appena posso vado in bici. È una passione che ho scoperto da poco ma che mi permette di trascorrere alcune ore in compagnia degli amici immersi nella bellezza del paesaggio toscano. Cerco anche di leggere il più possibile, guardare qualche film e le partite del Milan. Quando posso mi piace viaggiare.

L. Qual è la parte che ti piace meno del tuo lavoro, sia di professore che di architetto?
G. Non ci sono cose che non mi piacciono in assoluto, vorrei solo riuscire a trasmettere agli studenti la stessa passione che ho io per l’architettura, non sempre però ci riesco. Del lavoro di architetto odio tutti gli aspetti burocratici.

 L. Ora invece devi dirci quali sono quelle che ti piacciono di più?
G. Essere nell’ambiente universitario mi permette di confrontarmi con personalità intellettualmente stimolanti, mi piace fare ricerca e più in generale cercare di accrescere le mie conoscenze. Del lavoro di architetto adoro la costruzione, vivere il passaggio dall’idea alla realizzazione è la più grande soddisfazione. Credo che in questo processo sia racchiusa l’essenza del fare architettura.

  • L. Da dove è nata la tua passione per l’architettura?

G. Mi sono iscritto ad architettura forse non del tutto consapevolmente. Poi ho iniziato a frequentare le lezioni del laboratorio di composizione architettonica dove ho scoperto il meraviglioso ‘mondo’ di Le Corbusier. Ho letto “Vers une architecture” e sono rimasto folgorato.

L. Ci sono degli architetti dai quali trai ispirazione per i tuoi progetti?
G. Domanda complessa. Nel libro Ludwig Mies van der Rohe gli scritti e le parole edito da Einaudi è riportata un’intervista del 1964 nella quale Mies risponde a J. Peter così: “Si, non vi è dubbio. Penso che se si prende seriamente il proprio lavoro, allo stesso modo se si è relativamente giovani, si viene influenzati da altre persone. Non si può farne a meno, è un fatto”.
Noi architetti ci facciamo influenzare sempre dai progetti che abbiamo studiato o dagli edifici che abbiamo visitato, e se lo facciamo con spirito critico credo che sia fondamentale per la buona riuscita del nostro lavoro.
Pensandoci bene però credo che oltre ai grandi maestri come lo stesso Mies, Le Corbusier, Louis Kahn, sono sempre stato interessato da tutta quella tradizione italiana del Novecento che va da Albini, a Gardella, a Rossi.

L. Architettura deriva dal greco archè più tèchne. C’è quindi una parte, la archè, invisibile, considerata dagli antichi greci il principio e la fine di tutto e una parte visibile, la tèchne, il mondo reale, fatto di manufatti ed edifici concreti. Dividendoti tra il ruolo di professore di Composizione Architettonica e quello di architetto, hai la possibilità di dedicare energie e pensieri sia alla parte invisibile che a quella legata al mondo reale. Come vivi i due diversi contesti, universitario da un lato e della libera professione dall’altro e quanto si influenzano tra loro?
G. Ritengo che non sia possibile non far convergere pensiero critico e attività progettuale, sono due cose che si alimentano una dell’altra. Quando progetto o costruisco un edificio, uno spazio cerco sempre di farlo attraverso una ricerca architettonica che tenga insieme i temi del luogo e della memoria, cercando di confrontarmi non solo con gli aspetti tecnici ma anche con il carattere dell’architettura, provando a perseguire un ben definito metodo.

L. Hai progettato 8 residenze per case in campagna, di cui quattro sono già state realizzate e altre due lo saranno a breve. Puoi raccontarci qualcosa di più di questi progetti?
G. Ho iniziato a fare l’architetto progettando e costruendo subito dopo la laurea questa ‘serie’ di abitazioni in campagna. Una coincidenza molto fortunata, che ha permesso di confrontarmi fin da subito non solo con gli aspetti teorici dell’architettura ma anche con quelli costruttivi. Alcune di queste case sono state oggetto di pubblicazioni e una in particolare è stata selezionata per alcuni premi.
Fin dall’inizio ho provato a perseguire un’idea di rigore ed essenzialità riflettendo sulla possibilità di costruire ancora oggi una coerenza progettuale fondata su invarianti tanto semplici e antiche da sembrare immutabili, utili a definire la struttura architettonica.

Il progetto realizzato di Giulio Basili per una casa in campagna

AL caffè con l'Architetto Giulio Basili e le sue case di campagna

Così i basamenti, impiantati nell’orografia della collina, su cui si appoggiano le case, servono a regolare il profilo declive al pari dei muri che da secoli segnano i terrazzamenti dei campi coltivati in un dialogo continuo tra artificio e natura alla scala del paesaggio, accogliendo gli spazi pavimentati e le attrezzature esterne come le piscine. Ed ancora l’aspetto severo dei muri rivestiti in pietra, le finestre che dall’interno selezionano pochi scorci significativi del paesaggio circostante, le scale che legano le varie quote degli spazi esterni e di quelli interni, le logge e i portici che mediano il passaggio tra dentro e fuori creando una sorta di sospensione data dalla prospettiva visiva, elemento immateriale che lega tutte queste costruzioni.
Questi elementi sono fondamentali per ricostruire il carattere e il rapporto con la tradizione della nuova architettura.

L'orografia del territorio e il progetto di casa di Giulio Basili

L. Il tema dell’abitare è a te molto caro e parte fondante del tuo lavoro di ricerca da alcuni anni. Abitare è un concetto affascinante che può assumere forme e significati molto differenti al variare della cultura di un popolo o dell’ambiente circostante. I tuoi progetti per le case in campagna si confrontano con un contesto paesaggistico straordinario, le Colline Metallifere in Maremma, un contesto pieno di tradizione e storia. Che significato ha per te l’abitare e come trasferisci i tuoi pensieri in progetto?
G. La ricerca architettonica parte proprio da alcune considerazioni sul rapporto tra paesaggio e costruzione tra paesaggio naturale costruito e spazio domestico ovvero che appartiene alla casa.
La peculiarità del tema è da ritrovare nell’occasione data dall’aver progettato e costruito queste case in una ristretta porzione di paesaggio toscano, tra i castelli medioevali di Sassoforte e Montemassi, il borgo di Roccatederighi e la Maremma, usati come punti cardine ed emergenze fisse di un ben definito sistema di orientamento in un percorso evolutivo che dura, appunto, da alcuni anni.

Il tema dell'abitare nelle case di Giulio Basili

Il progetto parte dall’esterno riconoscendo nella definizione delle forme derivanti dalla tipologia la prima misura di adesione al paesaggio circostante.
La condizione archetipica può essere un tratto comune a tutti i progetti affrontati e l’apparente astrazione dei volumi stereometrici compensa le discontinuità tematiche dovute alle necessità del programma e alla gerarchia degli spazi.
Il processo di relazioni con il luogo, con le emergenze preesistenti o con il programma funzionale permette di individuare soluzioni spaziali e compositive di volta in volta diverse, pur trattando di oggetti risolvibili con sistemi tecnici tradizionali per quanto riguarda gli aspetti costruttivi.

L. C’è stato un libro che ti ha influenzato o accompagnato nella professione?
G. Ho iniziato a costruirmi la mia piccola biblioteca di architettura ormai quindici anni fa. Oggi conta un discreto numero di volumi e non riesco a scegliere un libro in particolare, ognuno è legato ad un momento e ad un ricordo.

L. Adesso facciamo un gioco. Ti dirò cinque aggettivi e ti chiedo di rispondermi con ciò che ti viene in mente in relazione all’architettura.

L. Lineare
L. Aperto
L. Puro
L. Sostenibile
L. Tradizionale
G. Se posso, provocatoriamente ti rispondo a tutte e cinque: il portico dello Spedale degli Innocenti di Firenze del Brunelleschi. È lineare, aperto alla città, puro nelle forme e nelle proporzioni, sostenibile da ogni punto di vista e tradizionale ovvero senza tempo.

L. Ora stesso gioco ma con 5 colori.

L. Bianco
L. Rosso
L. Blu
L. Grigio
L. Verde
G. Convento di Santa Maria de La Tourette di Le Corbusier: bianco come la luce che penetra delle aperture nella chiesa, rosso e blu come alcuni interni, grigio come il cemento, verde come la corte interna e la collina su cui si appoggia.

  • L. Mi piace chiudere questi caffè sempre con un’immagine un po’ ironica, una foto con un’espressione giocosa di noi stessi. Se domani ti svegliassi e scoprissi che non ci sono più i computer?

  • (foto di copertina)

Lenny Schiaretti

Lenny Schiaretti Architetto

Appeso ad una scala poco stabile, da tempo sta cercando il suo libro tra i polverosi scaffali di una biblioteca, ancora tutta da scoprire. Si fa aiutare dall'architettura, dal basso elettrico, dai viaggi, qualche buon libro e frequenti tuffi in piscina. Durante questa ricerca, insieme ad un amico, ha attraversato la Mongolia in bicicletta e da quei deserti nella sua mente sono cambiate tante cose...