Greenwashing. Come difendersi dal falso sostenibile in architettura

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Quante volte un progetto di Architettura è stato definito “sostenibile” senza alcuna dimostrazione di quanto si dichiarasse? Quante volte le prestazioni di un edificio “green” sono smentite dai suoi occupanti che evidenziano invece uno stato di discomfort che prende il nome di “underperforming building”? Pensiamo ai materiali o alle tecnologie etichettate “eco” o dichiarate “sostenibili”, che non lo sono secondo quelli che sono i processi per produrli e le materie prime utilizzate. Inoltre non sfugge quella sorta di ipocrisia insita nei messaggi mediatici di chi si lega a simboli esclusivamente visibili di sostenibilità, come pannelli solari o pale eoliche, piuttosto che pensare ad una gestione integrata degli interventi volta ad un processo di costruzione che pensi all’intero ciclo di vita di un manufatto o di una tecnologia, compreso il suo smaltimento o riciclo.

Un falso sostenibile: il Marina Bay Sands Resort a Singapore

Oggigiorno, in Italia e nel mondo, vi sono parecchie false informazioni riferibili al contesto dell’Architettura Sostenibile: questi fenomeni sono definiti con un termine che è “greenwashing”.

DA COSA DERIVA IL TERMINE?

Il termine pare risalga al 1986, ad opera dall’ambientalista Jay Westerveld, che ironicamente – se pure in maniera critica – osservava la pratica di molti hotel statunitensi che incoraggiavano gli ospiti a riutilizzare gli asciugamani come uno sforzo per aiutare l’ambiente.L’obiettivo principale era attivare una strategia per inculcare nel pubblico l’idea che quelle attività perseguissero l’obbiettivo del risparmio energetico, mentre in realtà tutto era calcolato per un risparmio economico sulle spese di lavanderia.

Il termine però avrebbe anche una seconda derivazione, quella dall’anglosassone, “whitewashing”, usata per trattare argomenti legati al mondo della politica e che allude a “un tentativo deliberato e organizzato di nascondere fatti negativi, come scandali o crimini, omettendoli o negandoli. In altre parole un sinonimo di insabbiamento” (fonte: Regione Emilia Romagna)

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Secondo la fonte Wikipedia in sintesi: “Greenwashing è un neologismo indicante l’ingiustificata appropriazione di virtù ambientaliste da parte di aziende, industrie, entità politiche o organizzazioni, studi professionali finalizzata alla creazione di un’immagine positiva di proprie attività (o progetti e prodotti) o di un’immagine mistificatoria per distogliere l’attenzione da proprie responsabilità nei confronti di impatti ambientali negativi.Il termine è una sincrasi delle parole inglesi green (verde, colore dell’ambientalismo) e washing (lavare) e potrebbe essere tradotto con lavare col verde o, più ironicamente, con il verde lava più bianco”.

SMASCHERARE I FENOMENI DI GREENWASHING

Nel mondo dell’edilizia, a livello dei progettisti, dei produttori di materiali e componenti costruttivi è stimolante vedere tante nuove costruzioni definite eco–consapevoli/eco–sostenibili/eco–compatibili, tuttavia bisogna prestare attenzione poiché ciò che appare green può svelare tutta un’altra realtà quando si valutano e si analizzano le concrete caratteristiche dell’edificio.

Di manifestazioni di greenwashing ormai ve ne sono tantissime e abbracciano un po’ tutti gli aspetti della sostenibilità, compresa quella architettonica. Accade quando un ente pubblico o una società, ma anche un professionista privato, finge di occuparsi dell’ambiente al fine di nascondere attività che, al contrario, sono fortemente impattanti, e lo fa con azioni che al pubblico appaiono ineccepibili.

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A tal proposito, esiste in rete un sito curato da Greenpeace, Stop Green Wash che aiuta a smascherare i vari fenomeni di greenwashing ed è utile da consultare, anche se in inglese.

ALCUNI ESEMPI DI FALSI MITI DELL’ARCHITETTURA SOSTENIBILE

A livello mondiale abbiamo tanti esempi di greenwashing sono tanti. Ne abbiamo scelti alcuni giusto per dare un’idea della portata che può avere un fenomeno come questo.
Di ritocco, o qualcosa molto simile, si può parlare nel caso di alcuni progetti di grattacieli tra New York (Tishman Speyer’s Hudson Yards) e Los Angeles (Wilshire Project).

Nicolai Ouroussoff, critico d’architettura del New York Times, ha descritto il metodo a dir poco persuasivo di come il disegno architettonico abbia raggirato l’opinione pubblica per ottenere dei permessi di costruzione: osservando i modelli 3D con cui i promotori immobiliari hanno presentato questi colossali, interventi si capisce come sia stata data una visione ingannevole della loro reale portata volta ad ottenere un consenso altrimenti mai ottenibile.

Ad Ottobre dello scorso anno, a Milano, si è tenuto il 1° Forum della Sostenibilità durante il quale si è tentato di dare una risposta al greenwashing riunendo, aziende, top manager, professionisti della comunicazione, imprenditori etc… Si è constatato come il greenwashing stia prendendo piede in Italia, a cominciare dalle industrie alimentari e la P.A.

Citiamo a mo’ di esempio alcuni casi eclatanti che hanno coinvolto il mondo dell’Architettura e dell’edilizia del nostro paese.
Una nota azienda italiana produttricedi porte in legno, ha pubblicamente dichiarato il proprio obbiettivo di “rispetto della natura, prodotti naturali, ecologia, etica, e altro”; peccato che guardando con attenzione al suo ciclo produttivo nonché ai prodotti utilizzati ci si accorga che non c’è riutilizzo degli scarti di legno e di segatura per produrre energia, non esista alcun sistema di recupero di energia rinnovabile per far funzionare l’enorme complesso industriale, ma soprattutto si utilizzino legni dell’Amazzonia e non quelli soggetti al taglio periodico controllato; inoltre pare che nei prodotti multistrato vengano impiegate resine tossiche.

Se si passa poi dai componenti agli edifici, nonché agli interi complessi urbani, si scopre come il greenwashing coinvolga anche il mondo delle Archistar, che se ne servono o sono esse lo stesso mezzo mediatico, per promuovere qualcosa che è solo apparentemente eco e sostenibile.

Al momento è in fase di realizzazione un enorme grattacielo dall’altezza record dichiarato ecoefficiente. L’edificio in questione è stato ritenuto tuttavia terribilmente energivoro, ovvero tipico esempio di “edificio–colabrodo–termico” in inverno, e “serra–sotto–il–sole” in estate.

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Le scelte impiantistiche sono avanzate ed efficienti secondo quanto dichiarato dai suoi committenti ed esecutori ma questo non toglie che l’impiantistica sia stata dimensionata necessariamente per coprire le spaventose perdite e dispersioni dell’edificio stesso, sponsorizzato da una nota multinazionale e utilizzato come mezzo mediatico di propaganda in vista dell’Expo 2015.

Anche i complessi industriali non sono da meno: è il caso della realizzazione della ciminiera di un termovalorizzatore, che già di per sé non è da ritenersi “eco” e che ha raccolto consensi per la sua realizzazione solo grazie al fatto di essere dipinto di azzurro e quindi apparentemente integrata con il cielo verso cui si staglia!
E quando il marketing non è sufficiente a raccogliere consensi, le aziende e le industrie ricorrono al ricatto occupazionale per poter ampliare stabilimenti e quant’altro.

È fondamentale impostare il discorso del costruito, del territorio e dell’urbano su altre premesse: l’LCA dei materiali, il riciclo ed il riuso dei componenti, il consumo di suolo, la mobilità, le infrastrutture, i servizi sociali, l’accesso ai servizi e il bilancio costi–benefici.
Non basta fermarsi alla propaganda ma occorre vedere in concreto quanto ciò che si realizza incida secondo le premesse e non vada a confliggere con altri aspetti.