Il valore terapeutico di abitare a contatto con la natura

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Un sostanzioso corpus di ricerche scientifiche del Norwegian Institute for Nature Research e della National University of Ireland hanno dimostrato chiaramente come abitare a stretto contatto con la natura abbia un forte valore terapeutico dovuto al legame profondo dell’essere umano con quello che Jiahua Wu chiama “landscape aesthetics”, che altro non è che il ricordo archetipico del paesaggio naturale incorrotto e che a quanto pareci tramandiamo geneticamente, fungendo da parametro inconscio e metro di giudizio istintivo per la nostra valutazione dei luoghi.

Costruire nel paesaggio: le risposte degli architetti

Ricordate la capanna di rami di Marc–Antoine Laugier? Ecco,è lì che è iniziato il lungo cammino dell’architettura, e questo legame con le nostre antiche radici sembra essere molto più forte di quanto sospettassimo.

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Tra i risultati conseguiti da questi studi scientifici, vi è ad esempio il fatto che soggetti di etnia, cultura e status sociale completamente differenti trovino di gran lunga preferibile l’idea di poter vivere in un pur misero, mediocre e poco suggestivo territorio rurale piuttosto che in una qualsiasi alternativa di ambiente antropico deprivato di qualsiasi ombra di natura.

Un altro significativo studio relativo al valore terapeutico dell’abitare in armonia con la natura ha dimostrato l’effetto stress–riduttivo del semplice contatto visivo con elementi della natura, siano essi vegetali, minerali o animali (“Experience in natural environments can not only help mitigate stress; it can also prevent it through aiding in the recovery of this essential resource”) e addirittura potenziare il nostro livello cognitivo(“performance on backwards digit–span significantly improved when participants walked in nature, but not when they walked downtown”).

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La semplice vista di un parco, il solo suono dell’acqua in movimento, un banale profumo di fiori o piante aromatiche ha il potere di produrre effetti quali la regolarizzazione del battito cardiaco, la riduzione della pressione sanguigna e l’abbassamento dei livelli di adrenalina accompagnato dal rilascio di endorfine. Armonia e benessere dunque dipendono in misura sostanziale da questo fattore, da questo legame ancestrale, senza il quale l’essere umano risulta privo di un fondamentale pilastro del quale paradossalmente è parte integrante (“Taken together, these experiments demonstrate the restorative value of nature as a vehicle to improve cognitive functioning”).

Potrà sembrarvi incredibile, ma è stato osservato come il tasso di criminalità si riduca all’aumentare della presenza di vegetazione. Dunque, a livello pratico e progettuale, è bene sapere che una strada alberata non solo è più bella e ricca di ossigeno, ma è anche meno pericolosa di una invece priva di verde, del tutto lontana da quel concetto primordiale di “landscape aesthetics” che ci ricorda da dove veniamo e forse anche chi siamo.

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“Sono convinto che un bambino non voglia vivere al 21° piano di un grattacielo, né avere un parco enorme dove non si va mai. Il bambino vuole stare al piano terra, con 20 mq di giardino. Il mondo è sulla terra.”
(Nikos Angelos Salingaros, urbanista, teorico dell’architettura e professore di matematica alla Texas University)

Alla luce di tutto ciò, e considerando inoltre l’acclarato valore del paesaggio naturale anche in termini economici appare evidente come la sostenibilità di un luogo antropizzato dipenda anche dall’aspetto percettivo della sua architettura.

Occorre ricordarci dunque che la buona architettura non è solo quella attenta ai consumi energetici o coi pannelli fotovoltaici sul tetto (non è sufficiente), ma è anche e soprattutto quella che sa ancora parlare il linguaggio universale della natura, degli archetipi e dei simboli, che interpreta lo spirito dei luoghi, che si veste di materiali naturali e locali, che progetta con la stessa attenzione agli stessi bisogni umani tanto una città quanto una casa, un portico o un giardino. Usando la natura per mettere l’uomo non in condizione di superiorità rispetto ad essa, ma di reciproco vantaggio.

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La storia inoltre ci insegna che in ogni paese e in ogni località si è sviluppato contemporaneamente al linguaggio parlato o scritto, un vocabolario di forme di pari eloquenza che a noi viene comodo chiamare “stile”. Ogni stile è un linguaggio, e come ogni linguaggio conosce moltissime varianti, esattamente come i dialetti che per quanto differenti possano apparire, fanno sempre parte della stessa lingua. L’architettura dunque, se vuole essere davvero sostenibile, deve tornare a parlare la lingua della natura, che era e resta la più evoluta estetica di paesaggio che si conosca.