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Il film più sostenibile del 2015 vince il Green Drop Award

Una terra al limite fra Mongolia e Cina, un paesaggio lacerato da attività estrattive, una popolazione divisa fra pastori e minatori. È il suggestivo sfondo di Behemoth, il destabilizzante film che, denunciando provocatoriamente lo sviluppo insostenibile delle società industrializzate, è il vincitore ad elevata carica emotiva del Green Drop Award 2015.

THE HUMAN SCALE: IL FILM SULLE CITTÀ VIVIBILI

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Il riconoscimento, assegnato alla pellicola più green in concorso nella selezione ufficiale della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, consiste in una goccia soffiata da un maestro vetraio muranese ospitante un pugno di terra la cui provenienza, diversa di anno in anno, è nel 2015 un paese simbolo di siccità quale il Senegal.

Il documentario del pluripremiato regista cinese Zhao Liang secondo la giuria è il film che meglio “interpreta i valori dell’ecologia e dello sviluppo sostenibile, con particolare attenzione alla conservazione del Pianeta e dei suoi ecosistemi per le generazioni future, agli stili di vita e alla cooperazione fra i popoli”.

Vivendo in una città inquinata come Pechino, egli muove dalla propria esperienza personale per trasmettere allo spettatore, attraverso la dura verità di immagini “in bilico fra poesia e riflessione metafisica”, un insegnamento ambientale traendo spunto dallo scempio che si sta compiendo con l’avanzare delle miniere in Mongolia.

La sequenza di potenti immagini svela nella sua assurda concretezza come lo sfruttamento intensivo dei giacimenti ad opera di imprese cinesi, russe, canadesi stia divorando non solo il paesaggio, ma anche l’antico patrimonio culturale nomade, fatto di capanne tradizionali, tipiche usanze e produzione d’eccellenza di cashmere. Il ricordo della tradizione è ormai solo un lontano canto gutturale mongolo Xöömej che fa da surreale contrappunto alla visione apocalittica dello sbriciolamento in aria delle rocce causato da una deflagrazione.

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La Mongolia è ormai destinata ad una progressiva decadenza: la terra trema inerte al fragore di ogni nuova esplosione che - incurante delle proteste degli sciamani che pregano contro la Booming economy in nome di Tenger, il Cielo onnipotente -, continua con forza diabolica a sventrare le montagne.

La metafora infernale d’altronde permea tutto il film: il titolo stesso “Beixi Moshuo – Behemoth” (Mostro gigante), essendo il riferimento a un’entità mitologica identificabile con il diavolo, ne è sintesi simbolica.

Questa bestia invisibile, in continuità con il repertorio iconografico medievale in cui spesso è rappresentata con una “bocca divorante” dalla natura insaziabile, simboleggia col suo fagocitare le montagne l’ingordigia dell’uomo che nel suo incedere sregolato verso un’industrializzazione senza criteri ha creato un progresso devastante sia dal punto di vista ambientale che sociale. Concretizzandosi nell’insano “inferno in terra” delle miniere, Behemoth continuerà inesorabilmente, nel fragore di trivelle, gru, pale meccaniche e camion, ad inghiottire in alienanti ingranaggi chapliniani l’uomo suo generatore.

“Attraverso lo sguardo contemplativo del film, analizzo le condizioni di vita dei lavoratori e l’insensato sviluppo urbano. È la mia meditazione critica sulla civiltà moderna, in cui si accumula ricchezza mentre l’uomo perisce. […] Il comportamento umano si contraddistingue per follia e assurdità. Non siamo mai riusciti a liberarci dall’avidità e dall’arroganza, così il viaggio a spirale della civiltà si viene a riempire di deviazioni e regressioni”, afferma il regista.

Assurdamente, i pastori che, privati dei terreni su cui allevare i propri capi di bestiame in favore dell’avanzare di nuove miniere, fuggono per salvarsi, portano con sé durante il viaggio i simboli –non essenziali alla vita- del progresso: un uomo trascina una moto, mentre un altro a stento riesce a trasportare una televisione!

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Malinconicamente, la voce narrante che descrive i fotogrammi ricorda: “una volta cantavamo nel sole e nella dolce, gaia, aria. Ma adesso, io mi affliggo per l a terra mandata in frantumi”. E come la montagna viene distrutta, l’immagine ritratta è vista verosimilmente attraverso un vetro rotto. Questa disintegrazione dello schermo è un effetto sorprendente: in realtà si tratta infatti di uno specchio portato sulla schiena dalla voce-guida che nel suo percorso ritrae nel riflesso il dramma.

Lo specchio frantumato diventa una metafora della pluralizzazione, dell’estensione della portata del messaggio non solo al territorio specificamente ritratto dalle immagini, ma universalmente a tutti i paesi industrializzati; il termine Behemoth stesso è d’altronde un probabile pluralis excellentiae, tecnica usata nell’ebraismo per amplificare la potenza di un elemento rendendo il nome al plurale.

I frammenti riflettono un’immagine tanto evocativa nella sua distopica liricità da lasciare senza fiato: viene ritratto di spalle un nudo adagiato su un prato tanto verde da sembrare psichedelicamente irreale, rivolto verso il mondo industriale della miniera sullo sfondo, che inghiottirà con i suoi infernali rumori, le sue nubi di polvere tossica e i suoi colori tetri il bucolico paesaggio in cui vivono i pastori.

Passibile di diverse interpretazioni l’ambigua figura, ripiegata su se stessa in un raccoglimento che ricorda una posizione fetale.

Uomo o donna? Umano o diabolico?

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“Benché i monti gli offrano i loro prodotti e tutte le bestie domestiche vi si trastullino, egli si sdraia sotto i loti, nel folto del canneto e della palude". Come nell’immagine evocata biblicamente da Giobbe, nella figura distesa sul prato, fra distese di lapidi o fra capanne, forse in realtà si cela il mostro, allegoria del progresso di cui l’uomo è al “tempo stesso vittima e carnefice”, perché “sembra di essere posseduti da una forza mostruosa e invincibile, invece siamo noi a creare questa bestia invisibile. È la nostra volontà.

E’ quindi inevitabile che dove ci sia l’uomo ci sia il mostro; Behemoth è nel male polmonare che divora l’uomo, è nelle ungulate macchine infernali che scavano le rocce, è nelle file di camion che senza soluzione di continuità salgono e scendono senza tregua lungo la spirale dei tornanti che collegano la fonderia e la zona di estrazione, in cui gli addetti lavorano incessantemente e meccanicamente secondo i serrati ritmi di riempimento e svuotamento degli autocarri.

“Gli uomini, le donne, l’ambiente, la natura sono rappresentati come sacrificio in nome di un progresso che, con un colpo di scena finale, si rivela inesistente”. L’illusione di trovare il paradiso, l’aspettativa di vivere quindi un “uscimmo a riveder le stelle” della contemporaneità dopo l’inferno di una vita di duro lavoro sempre svegli in una miniera attiva anche di notte e dopo il purgatorio inflitto dalla fatica e dalla sofferenza delle inevitabili malattie associate al lavoro si disintegra infatti nel momento in cui si svela che l’obiettivo è innalzare senza una razionale pianificazione futuristiche “città fantasma”, investimento dei proprietari delle miniere di carbone nel settore immobiliare.

Paradossalmente, mentre l’inquinamento acustico ed ambientale e la presenza di tante persone in movimento caratterizzano la miniera, queste spettrali distese di asfalto e cemento sono dominate dall’immobilità e dal silenzio e registrano una bassissima densità abitativa.

Ordos è una di tali cristallizzate megalopoli simbolo della contraddizione del capitalismo estrattivo: essa non solo non è la metropoli da un milione di persone per il quale sono stati costruiti grattacieli altissimi, servizi pubblici, monumenti di Gengis Khan conquistatore della zona in passato, ma non è nemmeno una città perché è completamente disabitata.

Ossimoricamente poi, la città in cui viene girato il film significa “Paradiso”.

La metafora infernale

D’altronde vari aspetti del documentario sono, come affermato dal regista, di derivazione dantesca: “nella Divina Commedia, Dante attraversa in sogno l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso. In Behemoth ho descritto un’enorme catena industriale, in cui i colori rosso, grigio e blu rappresentano rispettivamente i tre regni danteschi”.

Il rosso infatti è un riferimento non solo al sangue ma anche alla lava dell’inferno, e all’incandescenza delle viscere del sottosuolo delle steppe mongole in cui l’uomo è costretto a lavorare in condizioni insopportabili dalla mostruosa energia maligna; il grigio è il purgatorio di macchie, lividi, bombole e calli su mani segnate dal lavoro dei “musi neri”, che nascosti dietro alle loro inutili mascherine sono ridotti a fantasmi nei gironi infernali delle miniere.

I minatori sono tutt’uno col nero delle particelle di carbone che ne cancella l’identità. Essi non hanno né nome né voce, e i volti sporchi e muti sono svelati in primissimo piano solo dopo un’inquadratura posteriore. “La gente passa tutta la notte a spalmarsi trucco scuro… il risultato non dipende dal loro umore ma da come tira il vento”. Per quanto gli operai possano procedere a una pulizia, essa non potrà essere che superficiale.

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E in ogni caso la polvere continuerà ad essere inalata e a annidarsi nei polmoni, con l’effetto di esporli a gravi rischi di salute come la pneumoconiosi, che costringendoli a letto attaccati a una macchina li conduce all’annichilimento. Le miniere inoltre mietono vittime non solo fra i minatori, ma anche fra coloro che usufruiscono di falde inquinate da sostanze utilizzate per l’estrazione.

“In mezzo alla foresta di lapidi, forse ci sono persone che conosco, o che non ho mai visto, che stanno soffrendo o sono già libere, in questa passiva moltitudine ci sono anime tristi! Non c’è posto per loro, all’inferno!” , afferma nella prima sequenza una voce fuori campo, il Virgilio, che esordisce con un “amid, in the middle” come l’incipit della Divina Commedia dantesca.

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Il viaggio, altro topos ripreso da Dante, è profeticamente l’unica prospettiva per i pastori per sfuggire all’effetto dell’impatto ambientale delle attività estrattive.

Ma mentre in Dante il viaggio è percorso di purificazione e speranza, compiuto dal poeta universalizzando la propria impresa per tutti gli uomini, che espiano i propri peccati ripercorrendone idealmente il viaggio, “nel viaggio dantesco simulato nel film non c’è salvezza, ma insegnamento morale, un monito per gli spettatori di ogni latitudine del globo”. 

Sostenibilità e futuro del cinema

Sensibilizzazione degli spettatori che è un mezzo per diffondere i valori del rispetto ambientale: “il cinema è un veicolo eccezionale di stili di vita e di sensibilità e da diversi anni ormai le tematiche ambientali sono entrate a farne parte; il nostro scopo è valorizzare quelle opere e quegli artisti che lo hanno fatto in maniera più evidente ed efficace”, afferma Marco Gisotti, direttore del concorso.

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L’ottica è quella di produrre film sempre più attenti all’ambiente, orientando le scelte secondo una crescente tensione alla sostenibilità cinematografica: “credo che tutti dovremmo fermarci a riflettere dopo la visione di questo film, che non parla solo della Cina ma di tutti noi. Di come il lavoro e la produzione industriale non siano il fine ma il mezzo. Probabilmente ‘Behemoth’ è il film più politico di tutta la Mostra di quest’anno”.

Inoltre, in occasioni come il Green Day Venice, giornata della sostenibilità nell'industria cinematografica, si discute la possibilità della la creazione di un codice mondiale di produzione di film ecosostenibili per identificare film green sia per i temi trattati che per le modalità di produzione degli stessi (secondo criteri orientati a: minimizzazione dell’impatto ambientale, dell’uso di risorse, dei consumi energetici, delle emissioni e delle distanze, rispetto per la natura, efficacia della gestione dei rifiuti, riutilizzo anziché acquisto di materiale di scena….).

È una direzione che diventerà obbligatoria, perché “sono pochissimi i film che oggi possono sfoggiare certificazioni di produzione 'green', ma l’attenzione verso stili di vita più sostenibili è sempre più importante. In futuro un film che voglia raccontare una storia a sfondo ecologico dovrà essere coerente fino in fondo e dimostrare, attraverso adeguate certificazioni, non solo di non aver inquinato, consumato energia, sprecato cibo, ecc., ma anche di aver fatto qualcosa per migliorare l’ambiente".

Per chi vuole vedere un estratto del film, un link al primo estratto di Behemoth.

Silvia Gioja

Silvia Gioja Ingegnere edile-architetto

Ingegnere edile-architetto per un irrisorio ed irrisolto dubbio, tale duplice natura ne ha fatto un equilibrista fra estro e rigore scientifico. Poliedrica ed eclettica, è sempre alla ricerca di nuovi sogni, idee e viaggi. Quando non è alle prese con matite e calcoli, si divide fra kayak, trekking e cucina vegan.