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Al Caffè dell’Architetto. Incontriamo Claudio Farina

Studia a Venezia negli anni '80, si immerge nella globalità della Berlino del "dopo muro", apre il suo studio professionale a Trieste a cavallo del nuovo millennio, insegna alla NABA di Milano negli anni della Grande Crisi e recentemente sceglie Monaco di Baviera come sede della propria attività. Queste le tappe principali del percorso formativo e professionale finora svolto dall’architetto Claudio Farina, che abbiamo incontrato davanti ad un caffè.

In copertina: Claudio Farina risponde all'ultima domanda dell'intervista.

Lenny: Come lo prendi il caffè? Amaro, corto, americano, macchiato freddo o caldo?
Claudio: Espresso, amaro, servito preferibilmente in piccolo bicchiere di vetro. Unica eccezione: il caffè zuccherato servito in tazza riscaldata a Napoli.

L: Ci racconti da dove è nato il tuo impegno per l’architettura?
C: Nasce dopo la fine dell’università, frequentando cantieri di grandi progetti. L’esperienza di cantiere ha colmato un vuoto che gli anni dell’università avevano contribuito ad allargare sempre più. È stata per me una sorta di epifania. Non è una vera critica al sistema universitario italiano, che andrebbe affrontata con altri argomenti. In realtà sono grato agli insegnamenti privi di verifiche pratiche di quegli anni, perché senza quelle lacune non avrei apprezzato allo stesso modo un’esperienza così utile per la mia futura professione.

L. Ci racconti come è la giornata “tipo” di Claudio Farina architetto?
C. Al di là dei punti fissi dello svegliarsi e del coricarsi, mi dedico subito all’inizio allo svolgimento dei miei due/tre rituali che costituiscono il preludio fisso alla giornata e poi passo ad issare la vela per andare con il vento in poppa, facendo anche qualche bordo di bolina, ed evitando se possibile l’andatura di lasco, se mi permetti la similitudine marinaresca. Tutto quello che incontro e che incrocio fa parte del mio diario di bordo, che cerco di tenere il più aggiornato e vario possibile.

L. Quali sono gli architetti che prediligi, fonte di ispirazione per i tuoi lavori?
C. Durante gli anni a Venezia avevo scoperto il mio idolo, per la purezza della sua architettura ma soprattutto per l’approccio con il quale Messer Brunelleschi aveva saputo portare a termine la titanica impresa della cupola di S. Maria del Fiore, rispondendo in modo oserei direi contemporaneo alle varie istanze di tipo tecnico-artistico e socio-economico. Tra i due Maestri Wright e Le Corbusier ho sempre preferito l’americano, il secondo l’ho mal assunto e altrettanto mal digerito. Mies van der Rohe è sicuramente uno dei più grandi, tra i dinosauri del Modernismo, la sua Neue Nationalgalerie è un paradigma tuttora insuperato. Scarpa e De Carlo, Albini e i BBPR mi hanno fatto sentire il groove, più che Rossi e tutti i rossiani. Mi rincresce l’assoluto silenzio negli anni veneziani nei confronti del lavoro di Scharoun, scoperto per fortuna intensamente durante gli anni berlinesi. Guardandomi intorno negli anni ‘80 e ‘90 mi sono infatuato del lavoro e del pensiero di Steven Holl e (parzialmente) di quello iniziale di Rem Koohlaas. Prima di arrivare alla contemporaneità mi sono avvicinato con interesse ad alcuni progettisti olandesi e giapponesi a cavallo di fine ed inizio millennio, senza provare invece troppo entusiasmo per tutto il movimento legato in modo più o meno diretto a Derrida.

I progetti Quinta Monroy a Tarapacà di Aravena/Elemental, della Floating School a Lagos di Kunlè Adeyemi o dell’ospedale di Emergency a Port Sudan di Tamassociati a mio avviso condividono un comune approccio, che potrebbe essere definito “sostenibile” con un termine che, pur approvando pienamente nei contenuti, mi mette sempre in difficoltà per la frequenza e spesso per l’inopportunità con il quale viene usato. Dal mio punto di vista si può parlare di sostenibilità solo quando con un progetto si soddisfano contemporaneamente istanze di ordine sociale, economico e ambientale derivanti dal contesto in cui si opera. Definirei questo modo di operare come un “progettare lo stato di necessità”, cioè un processo nel quale l’architetto affronta il tema (che sia ad esempio l’housing sociale, la scuola o l’ospedale) partendo prima di tutto dalle risorse disponibili sul territorio, sia economiche, che sociali ed ambientali, facendole poi reagire tra loro e fungendo da catalizzatore del processo creativo.

L. Adesso ti propongo un gioco. Ti dirò cinque aggettivi e ti chiedo di rispondermi con ciò che ti viene in mente in rapporto all’architettura. Iniziamo?

L. Trasparente
C: L’attacco a terra della Neue Nationalgalerie di Mies a Berlino, il rapporto che si crea tra esterno ed interno è da mozzafiato.
L. Rotondo
C. L’Occhio che illumina dall’alto il Pantheon di Roma.
L. Alto
C. Le case a torre di Sana’a e in particolare il Dar al-Hajar. 
L. Pieno
C. L’Olympiastadion di Monaco di Baviera di Frei Otto e Günter Behnisch per il concerto dei Depeche Mode in giugno di quest’anno.
L. Sostenibile
C. Sostenibile è ogni progetto che nel mondo contemporaneo non incida negativamente in termini sociali, economici ed ambientali. La promozione culturale ad ogni livello dovrebbe essere la principale attività sostenibile.

Ora stesso gioco ma con cinque colori.

L. Bianco
C. Quello che ti abbaglia dei Pueblos Blancos in Andalusia.
L. Verde
C. Il prato dello stadio della tua squadra del cuore, anche se non segui (più) il calcio.
L. Azzurro
C. Il colore del cielo dietro a Brigitte Bardot sul tetto di Casa Malaparte ne ‘Il Disprezzo’ di J.L. Godard.
L. Grigio
C. Il colore del faraglione sul quale sorge Casa Malaparte.
L. Viola
C. Colore difficile da trattare… A parte i lavori di Memphis, mi viene in mente qualcosa di Barragan, ma non sono sicuro.

L. A proposito di lavoro, nel 2002, con Starassociati, hai progettato il Museo d’Arte Moderna Carà a Muggia, donazione dell’artista Ugo Carà. Vuoi condividere con noi le tue riflessioni su questo progetto, nato da un dialogo sia con l’artista che con il particolare territorio circostante?

C. Cercherò di ricostruire brevemente la vicenda che ricordi. Nel 2002 come Starassociati siamo stati selezionati quale gruppo progettista per il nuovo edificio che doveva ospitare il lascito del Maestro Ugo Carà, composto da quadri, grafiche e sculture, oltre ad una piccola galleria d’arte per mostre a rotazione e spazi espositivi in genere.
Il rapporto con il contesto, al bordo della cittadella storica, e la ricerca della migliore fonte di luce, naturale o artificiale, in relazione ai tipi di esposizione previsti, sono stati i temi dai quali è scaturito il progetto. E tra questi due temi si è subito istituita una relazione biunivoca: la vicinanza alle Mura suggeriva l’utilizzo di un’ortopedia a setti per la struttura, mentre la necessità di modulare la luce ne ha condizionato le dimensioni e l’aspetto esterno.
L’edificio, inaugurato nel 2006, ha ricevuto anche a livello nazionale un discreto riconoscimento: le critiche positive hanno coinciso con recensioni e pubblicazioni sulle maggiori testate specialistiche. Unica nota stonata, in un processo sostanzialmente positivo, che ha visto convergere un finanziamento privato per un’opera pubblica, è stata la scarsa valorizzazione della struttura da parte della politica culturale locale, che non ha colto la portata di una possibile realizzazione di una rete transfrontaliera di luoghi dedicati all’arte contemporanea, della quale il nuovo museo avrebbe potuto costituire un nodo importante.

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L. Adolf Loos in uno dei suoi articoli pubblicati su I nostri giovani architetti, 1898, criticava aspramente gli architetti dell’epoca, ridotti a disegnatori per l’edilizia per un misero stipendio mensile…e incapaci di esprimere le loro opinioni inseguendo la tentazione finanziaria. Un tema ancora fortemente d’attualità. Tu cosa pensi dei nostri giovani architetti di oggi?
C. Loos, secondo me ci prende un po’ in giro, sa perfettamente che l’architettura come l’intende lui è destinata solo ad un’elite ristrettissima di cui lui fa parte, che per una somma di meriti propri e di circostanze esterne si trova a poter praticarla: e la cosa alla fine gli sta naturalmente molto bene così. Ma questo probabilmente, allora come oggi, nessuno te lo dice con la chiarezza necessaria quando è il momento giusto, cioè all’università. E quindi rilancio la domanda: è più colpevole il giovane architetto che dopo la laurea decide di togliersi la corona d’alloro di artista e si svende perché quello è l’unico lavoro che trova, in Italia più che altrove in Europa, visto il numero abnorme di suoi colleghi vaganti sulla piazza, oppure il cattivo è il professore della vecchia università che non sa (o non può) preparare il giovane studente a come funziona veramente il mondo al di fuori dell’accademia?

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L. C’è stato un libro che ti ha influenzato o accompagnato nella professione?
C. Più che accompagnato o influenzato, citerei due titoli dai quali sono rimasto veramente colpito, tralasciando però i superclassici dei Maestri, che generalmente prima si odiano forse perché imposti dall’alto e poi, man mano che cresce la consapevolezza delle proprie lacune e limiti, si inizia ad amare.
Il primo libro è “La casa, mercato e programmazione”, pubblicato nel 1982 da Einaudi e diventato un libro diffusissimo in quegli anni a Venezia, molto probabilmente perché era un testo materia di esame, anche se opzionale. Il testo è una sorta di cronaca, a volte spietata, delle scelte o meglio delle non scelte operate nel campo della pianificazione urbana in Italia. Utilissimo per unire i famosi puntini e per chi è interessato a comprendere le cause strutturali che hanno portato ad una situazione di degrado sociale e ambientale ormai sotto gli occhi di tutti. La trattazione delle occasioni mancate costituisce uno dei molti motivi di interesse, perché fornisce materiale di riflessione per una possibile ripartenza, volendo.
Rialto: le fabbriche ed il ponte”, è un altro testo degli anni '80 di Einaudi. Anche questo materia di esame e anche questo divorato con gran passione. È la cronaca dettagliata di tutte le implicazioni storiche, sociali e tecniche che quell’esemplare intervento di trasformazione urbana ha portato con sé nell’arco di quasi un secolo a Venezia.

L. Che faccia faresti di fronte ad una persona che ti dicesse che gli architetti sono inutili? 
Vedi foto di copertina
(sottotitolo: devo un po’ rifletterci).

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Lenny Schiaretti

Lenny Schiaretti Architetto

Appeso ad una scala poco stabile, da tempo sta cercando il suo libro tra i polverosi scaffali di una biblioteca, ancora tutta da scoprire. Si fa aiutare dall'architettura, dal basso elettrico, dai viaggi, qualche buon libro e frequenti tuffi in piscina. Durante questa ricerca, insieme ad un amico, ha attraversato la Mongolia in bicicletta e da quei deserti nella sua mente sono cambiate tante cose...