Rigenerazione urbana, innovazione sociale e cultura del progetto

Il progetto di rigenerazione urbana attraverso i casi di Favara e Brancaccio

Rigenerazione urbana, innovazione sociale e cultura del progetto” racconta due casi studio dove processi di partecipazione attiva con la collaborazione di cittadini, Università ed Enti Locali  ha portato alla trasformazione del contesto urbano, al rilancio dell'economia locale e dell'immagine di due realtà al margine

“L’integrazione è quel tipo di processo di cui si può parlare solo a posteriori, per dire se è riuscito o se è fallito. Se ne constata la fine, il risultato, ma non può essere colto nel corso della sua realizzazione perché coinvolge l’intero essere sociale delle persone e la società nel suo insieme.”

- Abdelmalek Sayad (2002, 287)

Perchè fare urbanistica e coinvolgere nella progettazione aspetti che riguardano il sociale? Per il semplice motivo che l’Urbanistica è una materia fatta per il buon 50% da contesto umano, da fattori immateriali che riguardano aspetti sociali e culturali; ogni posto con le proprie peculiarità si distingue da un altro non solo per la forma dello spazio urbano ma per come esso viene usato in funzione di chi lo vive e lo vivrà (n.d.r.).

Perché decidere di “rigenerare” luoghi al margine della crisi sociale ed ambientale? Perché solo così non si rischia di perderne per sempre i connotati. È quello che viene sostenuto dagli autori di Rigenerazione urbana, innovazione sociale e cultura del progetto” , dove viene raccontato come in due realtà del Meridione d'Italia sia stato possibile ricostruire la credibilità di un contesto urbano attraverso interventi materiali e indispensabili azioni immateriali. Il titolo del libro è già la premessa dei temi che esso affronta!

I due casi-studio riguardano Brancaccio, un quartiere di Palermo famoso (purtroppo) per episodi di malavita, e Favara, un grosso comune nei pressi Agrigento “ferito” dalla mancanza di attenzione verso un’edificazione selvaggia.

Rigenerazione urbana, innovazione sociale e cultura del progetto” raccoglie le esperienze svoltesi durante i processi di rigenerazione di questi due luoghi attraverso le testimonianze dei vari “attori” che qui hanno operato, dai tecnici agli operatori nel sociale, dall’Università agli enti pubblici.

Ad arricchire il testo vi sono testimonianze reali di chi ha preso parte agli interventi, considerazioni a caldo di due percorsi partecipati visti in tutte le loro sfaccettature, di cui sono analizzati limiti e possibilità di migliorie per il futuro. Sì, perché il processo partecipato non si chiude mai, al più lo si interrompe formalmente, ma esso continua sulla scia che si è creato per portare avanti un trend positivo di crescita per il luogo in cui è stato intrapreso.

L'intervento di rigenerazione urbana nel quartiere Brancaccio

“Come accade per tutte le periferie urbane segnate da una nomea negativa, anche del territorio di Brancaccio viene usualmente raccontata, dai media della letteratura, la storia degli uomini del potere criminale e mafioso e dei fatti di sangue di cui si sono macchiati. Ma, se si va oltre , frequentandolo, si scopre una storia mai scritta di altri uomini attivamente impegnati in azioni finalizzate alla crescita culturale e sociale delle comunità e alla difesa dei beni collettivi.”

- Carla Quartarone

Per quanto riguarda la parte dedicata al quartiere Brancaccio, sono molto dettagliate e raccontate in chiave narrativa le vicende dei vari stralci di cui si compone un progetto lungo e complesso, come spesso accade per i procedimenti pubblici che coinvolgono immobili di pregio storico e ambientale.

Qui per progetto di restauro, di architettura, di città, di territorio e di paesaggio si intende agire lentamente e gradualmente per sostenere una naturale e spontanea tendenza all'innovazione sociale, un'azione collettiva di stampo comunitario che deve interessare particolari soggetti portatori di eccellenze in un tempo lungo che attraversi le generazioni.

 La vista dello storico Palazzo Maredolce nel quartiere Brancaccio, oggetto di interventi di riqualificazioni volti a integrarlo in un sistema più vasto di iniziative per la rigenerazione complessiva del quartiere. La vista dello storico Palazzo Maredolce nel quartiere Brancaccio, oggetto di interventi di riqualificazioni volti a integrarlo in un sistema più vasto di iniziative per la rigenerazione complessiva del quartiere.

A Brancaccio, una di quelle periferie urbane che usualmente vengono raccontate dai media solo per i fatti di crimine che ne hanno macchiato la memoria, tutta l’esperienza di progettazione urbanistica partecipata svolta sul territorio nell’ultimo trentennio è stata meritoriamente narrata da un collettivo fatto di soggetti di varia natura: associazioni culturali e cittadine di vario tipo, studenti universitari, liberi professionisti che si sono dedicati non solo alle attività tecniche ma anche a quelle di mediazione sociale.

Nel testo Rigenerazione urbana, innovazione sociale e cultura del progetto” si rimanda all’iniziativa del 2010 a cura di Schillaci ed Ortolano, nella quale venne coinvolto il docente del Dipartimento di Architettura dell’Università di Palermo Dino Trapani per collaborare con le amministrazioni competenti alla sistemazione del contesto urbano e agricolo contermine al Palazzo della Favara di Maredolce; tale iniziativa ha preso corpo in un progetto di cooperazione internazionale cofinanziato con fondi europei, denominato “Parterre”, che produsse un’accelerazione del processo di ascolto sul territorio.

Il caso di Favara

La seconda parte del testo tratta il caso-studio del comune di Favara e anche qui appare evidente il forte contrasto sorto tra il tessuto sociale esistente e i nuovi approcci alla progettazione urbanistica partecipata.

“Il processo di innovazione sociale innescato a Favara – a partire dai dispositivi dispiegati nell’ambito di “Agorà dei diritti” -, costituisce un esperimento per molti versi riuscito di rigenerazione del tessuto sociale. […] In questo contesto non si è trattato solo di un processo di sostituzione delle fonti (d’informazione), ma piuttosto, di una trasformazione nel’attitudine di parti (qualitativamente) significative della società - le minoranze attive -, rispetto alla possibilità di diventare direttamente produttrici d’informazione e, quindi, di relazioni sociali”.

- Maurizio Giambalvo e Simone Lucido

Approfondire un caso studio come quello di Favara dimostra come investire nella mobilità pubblica coniugata al riuso a scopo principalmente turistico degli immobili abbandonati possa contribuire positivamente alla riqualificazione territoriale con la prospettiva di ripopolare una città dal potenziale turistico che però è afflitta da problemi non superabili a causa di un trend di invecchiamento della popolazione che alza il livello medio ad un’età troppo avanzata per parlare di sviluppo: manca fondamentalmente la componente dei giovani che con le sue forze può effettuare il vero cambiamento!

È utile comprendere, come è giusto che sia per uno strumento urbanistico, che esso non debba essere improvvisato ma scaturire da una serie attenta di valutazioni e considerazioni tecniche, economiche e sociali. Il PRG a Favara prende corpo tenendo conto di un fattore specifico: elevare la qualità del sistema abitato in modo che ci siano servizi e funzioni a migliorarne le condizioni piuttosto che “curate residenze” che siano frutto di consumo ulteriore di suolo o di compromessi per aumenti di cubatura o altro che favorisca solo determinate classi sociali. Ma quello del Piano Regolatore è stato solo il primo passo verso il lento cambiamento di Favara.

Siamo nella prima metà del 2000 quando grazie ad un progetto chiamato “Agorà dei diritti”, curato da due progettisti incaricati dallo stesso Comune di Favara, innesca un processo di innovazione sociale sperimentale ma che si rivelerà vincente: la rete delle comunicazioni sociali di stampo tradizionale è stata rivalutata come mezzo per coinvolgere tutti gli abitanti nelle scelte atte al cambiamento della città. Questo approccio alla democrazia deliberativa è stato possibile in un territorio dove gran parte degli abitanti erano restii o limitati nel coinvolgimento di percorsi partecipativi: per assurdo il coinvolgimento è stato possibile grazie a strumenti di tipo IT (Innovation Technology) integrati in una politica partecipativa che alla fine ha dato i suoi frutti.

 Scorcio della Farm Cultural Park a Favara, una galleria d'arte e residenza per artisti situata a Favara in provincia di Agrigento. È il primo parco turistico culturale costruito in Sicilia, di iniziativa pubblico-privata, che fa parte di una serie di iniziative intraprese nell'ambito del complesso scenario di rigenerazione urbana di questa cittadina. Scorcio della Farm Cultural Park a Favara, una galleria d'arte e residenza per artisti situata a Favara in provincia di Agrigento. È il primo parco turistico culturale costruito in Sicilia, di iniziativa pubblico-privata, che fa parte di una serie di iniziative intraprese nell'ambito del complesso scenario di rigenerazione urbana di questa cittadina.

Dalla lettura del testo si comprende come Favara abbia sofferto di un fenomeno di urbanizzazione sfrenata durato decine di anni che ha contribuito solo formalmente al ripascimento di aspetti economici (soprattutto di attori locali privati) sfregiando il territorio urbano con immobili incompiuti, facciate lasciata al grezzo, opere di urbanizzazione mai completate. Grazie però alla parte di cittadinanza che si è posta in maniera critica contro il degrado sociale e materiale della città e che ha da sempre creduto nel proprio territorio ricco di emergenze naturalistiche, culturali e archeologiche, è stato possibile ri-pensarla come un luogo “nuovo”.

Ecco allora i racconti dei progetti puntuali nel centro storico che parlano di esperienze riuscite in questo controverso contesto.

I contributi che si rilevano nel testo sono di varia natura – non solo tecnici –  e da questo si deduce che la logica della progettazione partecipata (finalmente) si sta innestando ovunque, anche là dove si potrebbe essere più restii a intraprenderla per evidenti, tristi, influssi di carattere malavitoso che inficiano l’onestà della maggior parte della popolazione locale.  

Quei cambiamenti affrontati con molta fatica ma con evidenti risultati, sia a Brancaccio che a Favara,  rappresentano un barlume di speranza per i processi partecipativi intrapresi con l’ausilio di mezzi e metodi innovativi in contesti intrisi di tradizione ed elementi legati alla storia, alle tradizioni, ai metodi comunicativi di un passato mai evoluto in tal senso.

 

Scheda tecnica del libro “Rigenerazione urbana, innovazione sociale e cultura del progetto”

Titolo: Rigenerazione urbana, innovazione sociale e cultura del progetto”
Formato: 225 x 165 mm
Editore: Franco Angeli Edizioni
Pagine: 240
Data pubblicazione:  I edizione - Aprile  2016
Autori : Renata Prescia , Ferdinando Trapani
Contributi : Antonino Abbadessa, Alessia Buda, Giulia Di Marco, Maurizio Giambalvo, Susanna Gristina, Giuseppe Guerrera, Nicola Giuliano Leone, Manfredi Leone, Simone Lucido, Emanuela Piazza, Carla Quartarone, Mario Russo, Raffaele Savarese, Andrea Scianna, Ettore Sessa, Giacomo Sorce
ISBN : 9788891718181
Lingua: Italiano

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Gli autori

Renata Prescia, architetto, dottore di ricerca in Conservazione dei beni architettonici, è professore associato in Restauro architettonico, afferente al Dipartimento di Architettura della Scuola Politecnica dell'Università degli Studi di Palermo. I suoi interessi di ricerca sono prevalentemente orientati sui temi dei rapporti tra preesistenze monumentali e nuova edificazione, con specifica attenzione alle componenti sociali. Tra le pubblicazioni più recenti: Restauri a Palermo (2012), Umanesimo e città storiche (2013), Il restauro del moderno. Problemi di tutela, problemi di progetto (2013).

Ferdinando Trapani, architetto, dottore di ricerca in Pianificazione urbana e territoriale a Palermo, è professore associato in urbanistica, afferente al Dipartimento di Architettura della Scuola Politecnica dell'Università degli Studi di Palermo. Già responsabile scientifico della ricerca per il turismo relazionale integrato nel settore territorio, ha collaborato a diverse iniziative di progettazione comunitaria e ha fatto parte del gruppo di lavoro per l'osservatorio regionale sul social housing. È componente dell'Osservatorio regionale sulla qualità del paesaggio.

Mariangela Martellotta

Mariangela Martellotta Architetto

Architetto pugliese. Prima di decidere di affacciarsi al nascente settore dell’Ecosostenibilità lavorava nel settore degli Appalti Pubblici. È expert consultant in bioarchitettura e progettazione partecipata. Opera nel settore della cantieristica. È membro della Federazione Speleologica Pugliese.