Riflessioni sul Padiglione Italiano alla Biennale di Venezia

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La Biennale è sempre un evento che genera articoli e pubblicazioni di ogni genere, siano essi critiche o lodi ai diversi architetti che vi espongono le loro idee e i loro progetti. Nel comunicato stampa della vernissage del Padiglione Italiano,lo stessoè stato presentato come un campionario di tecnologie sostenibili, e siamo dunque andati per scoprirne segreti, vizi e virtù. Si leggeva nella press release del curatore, Luca Zevi:“Il Padiglione Italia, energeticamente autosufficiente, un prototipo di un nuovo modo di abitare”. Visitando le installazioni, la sensazione che ebbi fu quella di un campionario di green washing delle aziende sponsor, in quanto di proposte veramente sostenibili non trovai nemmeno l’ombra. Appena entrato nell’area del padiglione, constatai che l’illuminazione non era altro che uno sperpero di energia elettrica in pieno giorno. Ci si sarebbe aspettato qualche sistema di convogliamento della luce naturale o almeno l’utilizzo di lampade LED (non 100% giustificabili per tenerle accese in pieno giorno, ma comunque preferibili ai fari alogeni, soprattutto in vista del costo energetico addizionale che rappresenta evacuare il calore che producono). Dell’orto urbano e del sistema di fitodepurazione annunciati nel manifesto non ho visto traccia. Risulta anche difficile capire come un enorme spazio coperto di piantine alte poche decine di cm, dove i percorsi per il pubblico erano così stretti che due persone non potevano passare contemporaneamente,possa essere presentato come un esempio di “uso produttivo della vegetazione in termini di comfort ambientale e acustico”. Il giorno dell’inaugurazione –una giornata di per sé afosa– provai una sensazione fisica di disagio dovuta alla vaporizzazione di acqua sulle piante del tappeto verde all’interno dello spazio espositivo, in quanto aumentava l’umidità relativa dell’aria, appena agitata dai vecchi ventilatori appesi al tetto. E’ comprensibile che non sia stato possibile ricorrere ad un sistema passivo di raffreddamento in uno spazio espositivo temporaneo, ma volendo dare un esempio di tecnologia sostenibile, sarebbe stato preferibile il ricorso ad un sistema “quasi passivo di ventilazione meccanica con deumidificazione tramite silicagel o zeoliti, magari rigenerati poi con dell’energia termica proveniente da pannelli solari termici (il cui rendimento di conversione energetica può risultare anche doppio rispetto a quello dei fotovoltaici).

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Invece si è preferito l’approccio semplicistico di abbinare un normale chiller industriale ad una serie di pannelli fotovoltaici, utilizzando l’acqua della laguna come dissipatore del calore (impatto ambientale piccolo, ma non nullo). La sostenibilità di un tale approccio impiantistico è molto discutibile e spiegherò brevemente perché. In primo luogo dal punto di vista squisitamente termodinamico risulta assurdo realizzare una conversione di luce in elettricità, poi conversione di quella elettricità in lavoro meccanico, per poi convertire il lavoro meccanico in energia termica a bassa entalpia, quando lo stesso risultato si può ottenere realizzando una conversione diretta dell’energia termica, con un rendimento energetico complessivo di gran lunga superiore. In secondo luogo, dal punto di vista ambientale economico e sociale, la tecnologia fotovoltaica e quella dei refrigeratori a compressione ricorrono a materiali e componenti dannosi per l’atmosfera, vengono in gran parte prodotte in Paesi dove non c’è la minima tutela per l’ambiente, ed infine non creano occupazione in Italia se non marginalmente e in modo precario.

Trovo anche una burla che si presenti come esempio di tecnologia sostenibile un oggetto così frivolo come una bici da palestra dall’aria ipertecnologica (solo l’aria però), adatta per caricare gli insostenibili telefonini, ormai oggetti di moda quasi usa e getta (nonostante i prezzi da capogiro), prodotti dalle multinazionali del consumismo che non se ne curano dei più basilari diritti dei loro lavoratori e in un Paese che non rispetta né l’ambiente né i diritti umani. Viene spontaneo chiedersi cosa c’entra con l’architettura l’azione di caricare i telefonini pedalando.

Interpreto la scultura di Michelangelo Pistoletto, “l’Italia riciclata” –realizzata con spazzatura– comeil simbolo di una decadenza che affligge quello che un tempo si chiamava il “Bel Paese”. Compresa la decadenza della nostra professione, in quanto purtroppo un numero sempre crescente di architetti e ingegneriaccettano senza discussione i prodotti e le tecnologie che gli vengono venduti come “sostenibili” , spesso con i deboli argomenti che “In Germania si fa così” o “Da queste parti non si è mai vista una roba del genere”. Il progetto del sistema di climatizzazione del Padiglione Italia è un esempio di questa decadenza: il facile ricorso al copia/incolla di soluzioni a catalogo come pannelli fotovoltaici e pompe di calore. Progetto realizzato tra l’altro senza considerare i più elementari parametri psicrometrici di comfort, perché posso assicurare che quel giorno si stava meglio fuori che dentro al Padiglione, né le interazioni fra i componendi di impianto, come il calore aggiunto dai fari alogeni.

Lafamosa frase di Cicerone, O tempora! O mores! oltre 2000 anni dopo sembra ancora applicabile, non solo al contesto politico italiano ma anche a quello progettuale.








Mario Rosato

Mario Rosato Ingegnere

La sua passione sono le soluzioni soft tech per lo sviluppo sostenibile, possibilmente costruite con materiale da riciclaggio. Un progetto per quando andrà in pensione: costruire un'imbarcazione a propulsione eolica capace di andare più veloce del vento in ogni direzione.