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L’anarchitettura di Gordon Matta Clark: valore aggiunto agli edifici da demolire

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Ha inciso tagli, eseguito perforazioni e rimozioni localizzate a danno di edifici. Preciso come un chirurgo, determinato come uno scavatore, curioso come uno speleologo, lucido come uno scienziato: Gordon Matta Clark è l’anarchitetto che ha indagato, perforato ed intaccato – non solo letteralmente ma anche fisicamente – l’architettura. Le manomissioni e i tagli ben calcolati su edifici reali – di cui sono rimasti video, fotografie

e disegni – hanno definito nuove relazioni spaziali e alterazioni percettive; ha conferito, inoltre, un valore aggiunto a semplici costruzioni da demolire. Così Gordon Matta Clark ha rivoluzionato il mondo dell’architettura senza aver innalzato o costruito edifici, ma al contrario vivisezionando e privando parti dagli stessi. Aprendo squarci nelle coscienze, precisi e diretti come il buco conico che sezionava i due edifici del XVII secolo, in seguito demoliti per far posto al nuovo Centre Pompidou a Parigi.

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ANARCHITECTURE GROUP

Nato dall’unione felice di due artisti, Anne Clark e Roberto Matta, Gordon Matta Clark si laureò in architettura alla Cornell University di Ithaca nel 1968, mostrando subito uno sguardo critico verso l’architettura dell’epoca, la cultura americana del benessere e gli stessi valori positivisti. Nel 1973, assieme ad amici (tra cui Laurie Anderson, Joan Jonas, Lucio Pozzi, Trisha Brown), costituì l’Anarchitecture Group: artisti eterogenei che utilizzavano la fotografia, le performance e la scultura come mezzi espressivi. In una New York provata dalla profonda crisi economica, la speculazione edilizia appariva un facile rilancio economico.Di contro il gruppo, con sguardo distaccato, criticava con originali performance il fallimento dell’architettura. Lo scandalo e loro disappunto non stava tanto nelle disattese promesse della stessa, ma nell’assenza totale di critica verso la cultura del loro tempo (Richard Nonas).

LO SPAZIO COSTRUITO, L’ABBANDONATO E DEMOLITO

Gli edifici erano innalzati per la loroutilità; poi venivano abbandonati: demoliti o sostituiti per nuove operazioni immobiliari. A volte sembrava che gli stessi occupanti avevano temporaneamente lasciato casa, arredi e persino i vestiti dietro le porte.

Gordon Matta Clark bucando i muri – e con essi la separazione interno/ esterno – denunciava l’apparente solidità di un’architettura fatta di strati, incastro o giustapposizione di diversi materiali (solai in c.a., linoleum, listelli di legno, carta da parati…). La casa, con fenditure verticali o fori enormi, si rivela con onestà. E con onestà il giovane dichiarava la natura delle sue performance, manifestazioni artistiche e non architettoniche (a dispetto degli studi e del nome del gruppo creato). Mentre gli architetti degli anni Settanta – sorprendentemente simili ai contemporanei – erano costantemente alla ricerca di aree edificabili per elevare costruzioni e profitti, Gordon scovava aree e palazzi abbandonati per eseguire i suoi ‘building cuts’. Rivelando, così, al pubblico i problemi della società, lo squallore dei suburbi delle città e un legame fortissimo fra arti visive, architettura e filosofia. Lo spazio, tagliato e ricucito, diventa mentale, come fosse una manifestazione simbolica o un’anarchica architettura. La ‘superbia protettiva’ delle facciate si sottomette alle operazioni chirurgiche di Gordon. L’alternativa all’architettura tradizionale diventa la trasformazione e la riflessione sull’esistente, sull’edificato acquistato per pochi dollari: in Splitting taglia una casa suburbana in due, in Garbage Wall realizza una parete con materiali di scarto, in Circus incide solchi enormi circolari su solai e pareti, in Bingo asporta parti di pavimento, soffitti e pareti ad edifici abbandonati.

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Le prospettive inedite, decostruttive, i primi approcci ecosostenibili e la forza dell’operazione effettuata da Gordon, specie nei confronti delle istituzioni, sono attualmente visibili in fotografie e videoproiezioni, disegni e sculture.

IL VUOTO NELL’ARCHITETTURA E IL TEMPO

I tagli di Gordon erano senza dubbio un arricchimento alle strutture, perché per quanto provvisorie, portavano il suo indelebile marchio e offrivano nuovi punti di vista. Al contempo, erano anche un impoverimento, perché egli creava il vuoto laddove non c’era.Vivisezionando la materia, non si fermava fino a quando gli ambienti interni non fossero finalmente visibili come attraverso una tv sagomata ad arte. Non sopportava che gli edifici e che intere aree fossero viste con interesse solo dagli investitori e speculatori. I nuovi fabbricati, a loro volta, sarebbero stati destinati al decadimento, i materiali decomposti dal tempo (Window Blow out, 1976).

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Gli interrogativi sollevati dalla sua opera sono legati alla crescita esponenziale delle città, il riuso degli oggetti ed il riciclo dei rifiuti, la coincidenza tra etica ed estetica nella professione di architetto, la scarsa influenza delle autorità sui nuovi interventi pubblici, rivolta alla sola contemplazione del costruito.

Se la burocrazia o la speculazione non strozzassero ancora l’architettura e l’edificato abbandonato, sarebbe interessante consegnare interi caseggiati ed industrie a studenti di architettura e artisti, invece che consegnarli al primo investitore. Se agli architetti non si concedessero più la presunzione e l’onnipotenza di plasmare la vita degli abitanti, non sarebbero più considerati i colpevoli del degrado urbano e della realizzazione dell’anticittà.

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Elisa Stellacci

Elisa Stellacci Architetto

Di origine barese e studi ferraresi, si occupa di architettura e grafica a Berlino. Lavora in uno studio di paesaggio, adora le ombre, concertini indie-rock e illustrazioni per bimbi. Volubile e curiosa, si perde nei dettagli e divide non equamente il tempo tra lavoro, amici e passioni.