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Agricoltura urbana per la sostenibilità sociale: spunti di riflessione e casi studio

Sostenibilità ambientale, risparmio delle risorse, riduzione dei consumi, sono concetti familiari ai più. Si inciampa invece molto meno in quello che l’innovazione dei saperi, che ha colpito anche il campo dell’architettura, provoca sulla sfera sociale. La società, il gruppo, il singolo individuo non sono forse entità da tutelare come possono essere la terra, l’aria, l’acqua? Forse se ne ha la consapevolezza, ma meno comunemente la si diffonde. Conoscere, comprendere, percorrere sono le parole chiave sulle quali si fonda questo articolo dedicato al ruolo  e agli impatti positivi dell'agricoltura urbana, che non ha in alcun modo pretesa di esaustività, ma vuole fornire spunti di riflessione sulla sua sostenibilità sociale.

Il dinamismo dell’età della plastica

Dinamismo, eterogeneità, innovazione tingono oggi il volto dell’epoca in cui viviamo, la quale oltre ad assumere l’etichetta della globalizzazione si carica di nuove terminologie specifiche, come quelle derivanti dal campo geologico, che vedono “Antropocene” ed “Oleocene” raffigurare l’aspetto della nuova era, o di attributi più mediatici, tra i quali l’“età della plastica” riesce a ritrarne bene il profilo. Il vocabolario può essere vasto e vario, soprattutto se si fa riferimento alla sfera comune, ma il lessico non può condizionarne il significato, ovvero che quest’era, la nostra era, si fonda su un paradigma ben definito e condiviso, la trasformazione.

Cambiano i modelli di pensiero, le frontiere dello sviluppo, gli strumenti per progredire. Cambia l’ambiente in cui viviamo, cambia il territorio con i suoi edifici e le sue infrastrutture. Ma non solo. Cambiano gli stili di vita e i comportamenti sociali, le idee di convivenza e di organizzazione dello spazio urbano. Si cerca di superare il modello dello “stare” nello spazio per muoversi verso il “vivere” lo spazio, valorizzando, e talvolta recuperando, la ricchezza e lo spessore dell’abitare.

La dimensione sociale diviene componente sempre più attiva nel processo di costruzione dell’ambiente, in particolar modo quello urbano, dove prevale una forte eterogeneità negli tra usi, età, etnie, che, nei casi più difficili ed irrisolti, sfocia in conflitti ed emarginazione. Come può l’architettura diventare efficace strumento di sostenibilità sociale ed allo stesso tempo di coerenza ambientale? È lo stesso ambiente a indirizzare il primo passo da fare.

L’agricoltura urbana

Il contesto urbano si sta rivelando sempre più una scuola di formazione per abitanti e istituzioni, suggerendo sperimentazioni di svariate forme del vivere comune. In quella maglia ormai caratterizzata da lacerazioni e buchi, dovuti in particolar modo al fenomeno della dismissione dei comparti industriali urbani più o meno estesi e dal più generale processo di abbandono di edifici obsoleti e fatiscenti, l’individuo e la comunità possono dare forma a quelle pratiche di creatività diffusa con il principale obiettivo di rafforzare, o in alcuni casi fondare, solide forme di cittadinanza.

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La consapevolezza di appartenere al proprio quartiere, alla propria città, e l’aspirazione a viverlo da partecipanti attivi, uniti all’intreccio tra identità e differenze, restituisce ai cittadini il significato, materiale e simbolico, dell’essere abitanti. Esperienze diverse che sfociano nel tanto riuscito esperimento di diffusione dell’agricoltura in contesti urbani, sperimentato in duplice chiave:

  • da un lato come strumento di ottimizzazione delle strategie socio-economiche di una data area, improntato su scelte di modelli di vita sostenibili, legati, nei casi più fortunati, a soluzioni di autoproduzione del cibo, mirati alla riduzione e talvolta all’eliminazione delle distanze dal luogo di produzione a quello della vendita ed all’aumento della produzione stessa per far fronte ad una popolazione urbana sempre più in crescita;
  • dall’altro come pratica sociale in grado di favorire l’aggregazione e l’integrazione, l’educazione ed il miglioramento di situazioni di disagio ed esclusione. Urban gardens, rooftop gardens e urban farms si configurano i luoghi più comuni della nuova pratica, anche se l’innovazione non si lascia desiderare. Intere facciate di edifici diventano estese superfici coltivabili grazie ai rivoluzionari, ma ormai consolidati, metodi di coltivazione senza terra, come possono essere quelli della coltivazione idroponica o aeroponica. Disoccupazione, disagio o più semplicemente voglia di conoscere, apprendere e formarsi sono le ragioni grazie alle quali questa pratica riesce a trovare largo consenso sia nella sfera privata che in quella pubblica.

L’agricoltura urbana come strumento di educazione della società

 

L’agricoltura urbana come strumento di educazione della società getta solide radici in una vasta letteratura, di cui alcuni contributi salienti riescono a mettere in luce i caratteri e i pregi di questa nuova forma di vita comune. C’è chi pone l’accento sulla capacità di uno spazio urbano organizzato ad orto di integrare membri differenti all’interno di una stessa comunità. La relazione che si viene così a creare tra orti urbani e comunità sociali è legata a delle variabili ben definite, tra le quali spiccano la tipologia dei partecipanti e l’accessibilità a tale spazio (Cfr. Holland L., Diversity and connections in community gardens: a contribution to local sustainability, in Local Environ 9/2004).

Il tema del recinto per cui è un carattere determinante nei rapporti sociali di integrazione e ricreazione, poiché è in grado di influenzare la varietà di persone che vi partecipano (Cfr. Kurtz H.E., Differentiating multiple meanings of gardens and community, in Urban Geography 2/2001). L’organizzazione fisica dello spazio è strettamente correlata agli usi che se ne fanno, nonché ai comportamenti di tutti coloro che lo abitano. Il recinto divide, la sua assenza unisce. Il recinto inteso come atto primordiale di costruzione di un interno svanisce, per lasciare spazio ad una molteplicità di situazioni, azioni, ambienti che si susseguono di continuo. Non si parla più di delimitazione, bensì di scambio. Scambio di idee, scambio di nozioni, scambio di significati. Ciò che storicamente era inteso come esterno, ora può diventare interno e viceversa. Il territorio, la città, il singolo quartiere diventano allo stesso tempo interno che viviamo ed esterno con cui ci interfacciamo, percezioni non irrilevanti che contribuiscono a costruire il senso di comunità.

Ma che cos’è la comunità? L’attenzione va rivolta al significato del termine, ricordando come lo stesso dipenda dalla lingua e dal Paese di riferimento, che fanno emergere due significati contrapposti: quello che deriva dal mondo francofono che associa negativamente il termine comunità alla frammentazione della società e al rischio di comunitarismo in cui ogni gruppo culturale vive da solo con la possibilità di mettere in pericolo l’armonia nazionale, e quello che deriva dal mondo anglofono che vede la comunità come un “collettivo sociopolitico che si costruisce attraverso il dialogo e l’azione che coinvolge sconosciuti o persone non direttamente note all’autore” (Erwein M., Farming urban garden and agricolture: on space, scale and the public, in Geoforum 56/2014).

Tale affermazione porta alla luce tre espressioni chiave di estrema importanza: la creazione di un collettivo, ovvero la presenza di persone in grado di organizzarsi, il dialogo e l’azione, che sottolineano l’aspetto relazionale, e lo straniero, che ricorda che un pubblico è composto da persone differenti. Sorprendente ma reale, la capacità di una pratica tanto antica quale può essere l’agricoltura di far convivere armoniosamente le diversità presenti in una realtà urbana definita, differenze, come visto, di etnia, età, abitudini ma anche di comportamenti e di idee, divenendo così stimolo per nuovi percorsi di crescita collettiva.

Agricoltura urbana: casi studio

A corredo alcuni spunti di riflessione sul tema dell’agricoltura urbana come strumento sociale a partire da alcuni casi ben risolti:

Scuola d’orti

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Il neonato progetto “Scuola d’orti”, promosso da Life Gate e Slow Food Italia in collaborazione con Comart, è una valida esperienza di diffusione della conoscenza legata ad un’alimentazione sana, una vera e propria scuola di formazione sull’agricoltura urbana, rivolta sia alle aziende del settore che ai cittadini privati. La divulgazione delle proprietà delle colture e della relativa cura, dei metodi di coltivazione, nonché dei sistemi e delle tecniche per rendere questa pratica ad impatto ridotto sull’ambiente sono gli obiettivi perseguiti dall’esperienza.

Urban Farm a Tokyo

La “Urban Farm” realizzata per la sede del Pasona Group di Tokyo nel 2010, con l’obiettivo di raggiungere un’alimentazione sana attraverso cibo a chilometro zero e il sistema dell’autoproduzione, è un caso sorprendente di riuscita di queste sperimentazioni. Raccolti direttamente a disposizione dei dipendenti, tecniche di coltivazioni innovative, stretto contatto con la natura sono solo alcuni elementi che caratterizzano il caso. L’aspetto saliente su cui focalizzare l’attenzione, a corredo di quanto detto finora, è la capacità dell’iniziativa di risolvere differenti problemi di origine sociale: disoccupazione, integrazione, dipendenza dai cibi stranieri dettata dalla carenza di terreni coltivabili, problemi che nella realtà giapponese si fanno sentire in maniera particolare.

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Beaulieu Park a Ginevra

Il Beaulieu Park, uno storico parco di Ginevra in cui coesistono due progetti: il primo consiste in un giardino comunità creato e gestito da un dipartimento comunale, il secondo consiste in una fattoria urbana sperimentale gestita da un’organizzazione che si occupa di agricoltura urbana sovvenzionata dallo stesso Comune. L’aspetto interessante del progetto, oltre alla produzione alimentare locale, è l’interazione tra pubblico e privato, tra Comune e comunità. Nello stesso progetto convivono così impianti per la produzione biologica di scala locale e giardini in cui la comunità può coltivare liberamente i propri ortaggi, attraverso la predisposizione di 20 appezzamenti di 6 mq ciascuno che il singolo coltivatore accetta di prendersene cura per un periodo di due anni, terminati i quali l’assegnazione dell’orto passa ad un altro soggetto in modo tale da consentire a tutti un giardino coltivabile.

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The Detroit works project

Anche il progetto “The Detroit works project” avanzato negli ultimi anni  per la città di Detroit ha una valenza significativa all’interno del quadro della urban agriculture. Avendo una tradizione legata ai community gardens, la città a partire dalla fine dell’Ottocento è stata il campo di applicazione di misure transitorie e di emergenza per il sussidio delle fasce più bisognose della popolazione, attraverso l’autosostentamento. Grazie a questo progetto varato nel 2010, la città tenta di estendere la pratica della urban agriculture a tutta la popolazione, superando così la sua valenza di “misura di emergenza”. Il progetto prevede cinque obiettivi, riscontrabili negli investimenti per i quartieri, nel miglioramento delle infrastrutture, nella sicurezza pubblica, nella crescita economica e nell’aumento di suolo pubblico. L’aspetto rilevante di queste azioni è l’interazione tra Pubblica Amministrazione e società. Si tratta infatti di un progetto a rete, in cui il pubblico si appoggia alle associazioni e ai community leader al fine di coinvolgere il maggior numero di persone possibile.

La città di Boston

Anche il caso della città di Boston occupa una posizione di rilievo per la tematica qui affrontata. La città negli ultimi anni promuove piani, programmi, e modelli per rilanciare le città con l’obiettivo di renderle pienamente sostenibili in termini, come visto, ambientali, sociali ed economici. L’agricoltura urbana è lo strumento intorno al quale ruota questo progetto. Diversi i casi concreti nella città di Boston che testimoniano la validità di tale pratica. Basti pensare alle City Growers, le fattorie urbane economicamente e ambientalmente sostenibili grazie ad una produzione locale aperta all’innovazione, che allo stesso tempo crea occupazione per i membri della comunità. O alla Revision Urban Farm, un progetto di agricoltura urbana basato sulla comunità, poiché aiuta famiglie ed individui senzatetto, fornisce informazioni sull’agricoltura sostenibile e formazione per coloro che vogliono intraprendere la strada della produzione agricola. Così come di rilievo è la Urban Hydr-O-Farmers, una serra che vede coinvolti studenti per coltivare alimenti con metodi idroponici e venderli ai mercati cittadini.

L’agricoltura urbana è quindi organizzazione fisica dei materiali che costituiscono lo spazio, è organizzazione sociale dei comportamenti di chi vi abita. È esperienza diretta, è promozione delle diverse culture, è interazione tra i diversi saperi. È un percorso di crescita comune in grado di rimodellare lo spazio urbano, colmandone i vuoti e ridisegnandone una nuova immagine.

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Laura Agostino

Laura Agostino Architetto

Curiosa e determinata, la sua passione per l’architettura la spinge a scoprire mondi diversi dalla realtà comasca in cui è cresciuta. Quando rimane con i piedi per terra investe il suo tempo tra passeggiate e bambini, riscoprendo ciò che può dare soddisfazione attraverso piccoli gesti.