La Cattedrale vegetale di Giuliano Mauri: ultimo capolavoro italiano di land art

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1345 m di altitudine, 650 mq di superficie, 5 navate, 42 colonne di 1.5 m di diametro, 1800 pali di abete, 600 rami di castagno, 6000 m di rami di nocciolo. Sono i numeri dell’ultima opera di geoarchitettura di Giuliano Mauri, land–artist, o semplicemente carpentiere, come amava definirsi. Si tratta della Cattedrale di Oltre il Colle, nel Parco delle Orobie Bergamasche, singolare opera d’arte che sorge in un territorio dall’alto valore paesaggistico,

che ha ottenuto la certificazione ambientale Uni–Iso 14001 nel 2008.

LA LAND ART
Negli anni del consumismo e delle nuove tecnologie, del “fenomeno hippy”, del “maggio francese” e della “primavera di Praga”, si assiste allo scardinamento del vecchio modo di concepire la creazione artistica. Da appannaggio di un’élite aristocratica che può ammirarla solo negli spazi asettici dei musei e delle esposizioni, si mettono in discussione i suoi linguaggi tradizionali, pittura e scultura, per abbracciarne di nuovi, che la rendano per tutti. Nascono la Pop Art, la Performance Art, la Body Art, la Minimal Art, la Process Art, l’Arte Povera, l’Arte Concettuale e la Land Art. Quest’ultima, in particolare, è frutto dell’esperienza di un gruppo di giovani artisti statunitensi che desiderano allargare il campo d’azione fisico e culturale dell’arte fino a farlo coincidere con la realtà tutta. Gli spazi incontaminati di deserti e praterie, boschi e foreste vergini, sono gli scenari che ospitano un’arte di cui si esalta non il prodotto finito, ma il processo ideale di concezione e creazione, che consente di esplorare sotto una nuova luce il mutato rapporto uomo–natura. I land–artists utilizzano spazi e materiali naturali per installazioni tridimensionali su grande scala che documentino come il potere imperturbabile ed eterno dei processi naturali, fagociti il gesto umano, rendendolo infine invisibile. Ambientalisti ed ecologisti dissentiranno, ma – sostengono i land–artists – anche se aggrediamo la natura per strapparle ciò che è indispensabile alla nostra sopravvivenza, non la impoveriamo perché il nostro gesto è ben poca cosa rispetto al suo impeto di autorigenerazione. Il tempo, nemico dell’opera d’arte convenzionale, è tenuto in conto fin dalla fase primordiale del suo concepimento, collaborando alla sua piena realizzazione. Con le sue installazioni, Mauri riesce a superare definitivamente l’antica opposizione natura–cultura, creando architetture che sono ideate, nascono, crescono e periscono in accordo con i ritmi vitali dell’universo.

LA CATTEDRALE VEGETALE

La cattedrale, uno spazio sacro concepito a cielo aperto e realizzato in soli 5 mesi (maggio – agosto 2010), utilizza legno proveniente esclusivamente dai boschi limitrofi delle Orobie. Lo spazio isotropo, di memoria gotica, è articolato dalla successione di 42 colonne. Ciascuna di esse è costituita da 8 fusti di abete. Altrettanti rami di nocciolo formano pseudo–catene che, in accordo con l’antica arte locale dell’intreccio, solidarizzano i fusti con i rami di castagno. Questi ultimi, svettanti nel cielo, evocano la slanciatezza dell’arco a sesto acuto, forma tipica dell’architettura gotica. Già il maestro dell’idealismo tedesco Hegel, intravedeva nella naturale inclinazione reciproca dei rami degli alberi la somiglianza con le forme del gotico, pur non sostenendone l’origine vegetale che fu invece corroborata dall’antiquario inglese F. Grose. La costruzione è resa ancora più suggestiva dalla piantumazione, in ciascuna delle 42 colonne di alberi di faggio che cresceranno in media 50 cm l’anno: con il trascorrere delle stagioni la natura prenderà il sopravvento sull’architettura, la naturale crescita degli alberi, imponendosi sulla struttura che ora ne fa da supporto e che deperirà con l’azione degli agenti atmosferici, indicherà la traccia dell’intervento umano esaltando il processo artistico–naturale di un’opera d’arte concepita in fieri.

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Questa opera d’arte è anche un esempio del valore etico dell’architettura. Gli innumerevoli scorci prospettici che offre al visitatore verso gli scenari incantati della montagna, il silenzio ascetico e introspettivo dell’ambientazione, l’esperienza diretta dei processi della natura di cui è teatro (la valenza simbolica dell’albero e delle sue parti grazie ai quali ci si interroga sui processi della natura), valgono a questo pezzo di paradiso l’appellativo di tempio sacro: non solo come spazio di meditazione, ma anche come luogo di tregua o di aggregazione, come palcoscenico sublime ed allegorico, mai uguale a se stesso con il variare delle stagioni.

Quest’opera di geoarchitettura è anche una dimostrazione di come si possa valorizzare un contesto naturale protetto, in un modo che sia lontano sia dalla paralisi contemplativa da reverenza, sia dalla furia del turismo di massa, ma che risponda in modo diverso alle aspettative dei cittadini e ai bisogni dell’uomo: nutrendone lo spirito.










Barbara Brunetti

Barbara Brunetti Architetto

Architetto e dottoranda in Restauro, viaggia tra la Puglia e la Romagna in bilico tra due passioni: la ricerca accademica e la libera professione. Nel tempo libero si dedica alla lettura, alla grafica 3d, e agli affetti più cari. Il suo sogno nel cassetto è costruire per sé una piccola casa green in cui vivere circondata dalla natura.